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sabato 25 luglio 2009

Fugerit invida aestas

Arles, ventisei giugno

Caro Teo,

Il portalettere mi ha lasciato stamane la tua ultima affettuosa missiva. Che buon uomo, monsieur Roulin; sarà passato sul presto come sua abitudine, mi avrà visto lungo disteso sul canapè del portico e avrà indovinato dalla regolare profondità dei miei respiri che navigavo ancora nel primo sonno. Immagino (e quasi lo vedo!) il suo barbone bonario e il sorriso dei suoi favoriti sempre in ordine, il fruscio delicato delle carte deposte sul tavolino di vimini e il velocipede di servizio che si allontana crepitando sullo sterrato.

Caro Teo, la coperta rossa che mi hai inviato mi racconta quanto sei preoccupato per la mia condizione. So che disapprovi la mia condotta insalubre e queste nottate all'addiaccio, ma lo zefiro provenzale è dolce e profumato e la mia cagionevole salute non corre seri rischi; la novella estate mi schiude le palpebre quando il sole è già alto e mi rivela la campagna che freme come un unico alveare, il profumo della lavanda e il riverbero abbacinante del cielo di Provenza sulle mura gialle della casa.

Ti ringrazio di cuore di tutte le pene che ti dai per me. Ero già al corrente del concorso all'accademia di polizia (me ne aveva parlato Arturo), ma non so se parteciperò. Teo, sto morendo. L'ho scoperto sei mesi fa. Me l'ha confermato anche il dottor Gachet, anche se cercava di sdrammatizzare e di convincermi che in fondo potrei essere messo peggio. Ma so per certo che mi restano meno di ottant'anni di vita.

Vedi, Teo, quando ero fanciullo non percepivo i limiti della mia esistenza. Avevo troppo poco passato per immaginare che il futuro esistesse, e il presente si dilatava fino a diventare un unico infinito pomeriggio. Ma esistono due tempi, amato fratello. Uno, chiamiamolo "tempo reale", è il tempo dei pendoli, del moto dei pianeti, della cottura del pane, dei fenomeni fisici, oggettivi, osservabili e riproducibili; l'altro, chiamiamolo "tempo apparente", misura la durata percepita da un essere senziente. La durata apparente di un certo fenomeno dipende naturalmente dallo stato psicofisico in cui il soggetto si trova durante il fenomeno; ma al di là di queste fluttuazioni locali possiamo immaginare un'evoluzione globale della percezione temporale con l'età dell'individuo (ovvero con il tempo reale). Sia t il tempo reale e τ il tempo apparente; a un dato istante t della mia vita, poniamo che la durata apparente di un fenomeno campione sia λ(t) volte la sua durata reale:

dτ = λ(t) dt

Nel mio caso, credo che l'andamento di λ(t) sia pressappoco il seguente:

Ora supponi per semplicità che, per un certo intervallo di t (ad esempio t > 30 anni), λ(t) sia semplicemente inversamente proporzionale a t:

λ(t) ∝ t-1

Ne segue che

τ = ∫λ(t)dt ∼ ln t

e dunque

t ∼ eτ

Ecco la misura oggettiva della fugacità del tempo. Ecco il regolo della caducità del mio essere frale. Credevo che il mio tempo apparente τ scorresse lineare, sempre uguale a sé stesso, e che in fondo rappresentasse una buona approssimazione del tempo reale t. Ma mentre la tartaruga τ muove un passo, Achille t ne fa tre; e mentre la tartaruga ne avanza un altro, Achille ne ha allungati altri sei. Forse la morte è soltanto questo, l'infinito rallentamento della percezione. Forse λ(t) raggiunge lo zero in un tempo finito; il mio cronometro apparente si blocca mentre il mondo intorno continua a ticchettare. Forse sono immortale ed è solo l'accelerazione apparente della mia percezione che mi illude di morire. Lo stesso metronomo della mia vita,

λ(t)-1 ∝ t

accelera minaccioso secondo la percezione che ne ho:

λ(τ)-1 ∝ eτ

Ecco perché veglio ogni notte e freneticamente respingo la stanchezza. Non ho letto Proust. Non conosco il greco antico. Non so come si fabbrica la carta. Non conosco la storia del mio Paese. Non conosco il nome della capitale dello Yemen. Non parlo portoghese. Non so come si vesta la gente del Botswana. Non so cucinare la bagnacauda. Non so suonare uno strumento musicale. Non ho mai ascoltato Brahms. Non so da dove viene la massa del protone. Non so leggere l'alfabeto cirillico. E quante sono le cose che non so nemmeno di ignorare? Non ho tempo. Sfilo un altro libro vergine dalla pila alla mia sinistra. Prima che riuscirò a immaginare il domani, questo meriggio fu già passato in fretta.

Il tuo affezionato fratello,                     

Vincenzo Tenebra                            

lunedì 29 dicembre 2008

Solo

Fu negli anni della prima maturità che il tenente Tenebra si accorse per la prima volta delle diserzioni dei suoi colleghi. Dapprincipio non vedeva alcuna sistematicità nei casi che gli si presentavano e che la sua interpretazione del reale manteneva scorrelati e isolati. Si diceva che a tutti dovevano capitare delle esperienze del genere dopo alcuni anni di carriera; con tutti i giovani poliziotti che Tenebra conosceva e con i quali era cresciuto, era pur normale che tra di essi ci fosse qualcuno che aveva perso la vocazione o che scopriva tardivamente di non averla mai avuta: era una questione di statistica di Poisson, e Tenebra corroborava la sua tesi approfittando di dati ministeriali e delle reminiscenze di matematica di base dai tempi dell'accademia.

Ma le defezioni diventavano sempre più frequenti con gli avanzamenti di carriera: i capitani disertavano più dei tenenti, i tenenti più dei marescialli e i marescialli più dei sergenti. Ben presto l'anzianità di servizio di Tenebra gli rese impossibile continuare a ignorare l'evidenza delle cose. Quando anche uno dei suoi compagni di accademia, uno dei suoi amici più cari, voltò le spalle alla giustizia, il tenente ne fu toccato profondamente. Con amarezza ammise che le coincidenze esistono soltanto nella vita degli altri e improvvisamente si accorse che la differenza tra capire e conoscere lo costringeva a riconoscere la causa del ricorrere delle diserzioni.

Il contatto prolungato con il crimine ci corrompe, scriveva nelle sue memorie un Tenebra intriso di echi nietzscheani, più a lungo combattiamo il male, più siamo costretti a metterci in gioco. Impariamo a conoscere il nostro nemico, gli diamo un volto e una voce, riconosciamo il suono dei passi, le movenze abituali, i difetti e gli errori. Alcuni si illudono di poter commettere il crimine perfetto, di aver imparato tutto dai propri avversari e si lasciano trascinare dalla velleità dell'emulazione; ma non si tratta che di pochi casi isolati. La maggior parte dei disertori sono persone integerrime. La lotta al male li assorbe completamente e li circonda di malviventi, assassini e canaglie di ogni specie. Il crimine diventa parte della loro vita. Ho notato che per molti la caduta non ha un vero e proprio inizio ma evolve in maniera continua, dai favori fatti agli informatori alle indulgenze promesse ai pesci piccoli; e dall'indulgenza si scivola inconsapevolmente nella complicità. Dal momento in cui il crimine assume la forma umana del nostro compagno, come possiamo continuare a combatterlo? Un principio non vale un'amicizia.

Qual è il vero tradimento? Quello verso i princìpi o quello verso le persone che amiamo?

Questa è una domanda alla quale credevo di saper rispondere, ma ora inizio a dubitarne. Ho paura di continuare la mia guerra, ho paura di perderci me stesso; eppure devo scegliere. La domanda mi si pone oggi con una perentorietà senza precedenti, direi quasi con violenza; ma qualunque cosa scelga, ne soffrirò. Forse potrei cedere di un'unghia per avvicinarmi ai miei colleghi, cercare di capirli meglio, e forse finirei anche per trarne beneficio nella mia lotta contro il crimine; ma lo vivrei come un tradimento verso la Giustizia. E non ho forse già ceduto innumerevoli volte?

No. Non posso permettermi altre debolezze. Non so se sarò in grado di resistere per sempre, ma un abbandono è tanto più colpevole quanto più tardi esso avviene, perché siamo sempre di meno a condividere la responsabilità della lotta al male ogni giorno che passa. La guerra deve continuare, e io devo continuare a combattere. Combatterò.

Solo.

sabato 22 marzo 2008

mercoledì 27 febbraio 2008

La seconda storia di Arturo Ambiguo e del Tenente Tenebra

Il luminoso pomeriggio d'aprile era ormai terminato quando il tenente Tenebra si risvegliò, seduto nello scompartimento del treno a vapore che sbuffando e ansimando, quasi cavallo al trotto, avanzava lungo i polverosi binari attraverso il deserto del New Mexico. Devo essermi assopito, pensò il tenente Tenebra mentre si rizzava a sedere e si riavviava il riporto arruffato, quasi macroscopico emblema della stanchezza e del lordume accumulati nel corso del lungo viaggio; mentre apriva il finestrino per prendere una boccata d'aria si accorse (e non senza sollievo) che il convoglio era ormai in vista della ridente cittadina di La Union. Raccattò i suoi effetti personali e sia avviò verso l'uscita; mentre scendeva si guardava intorno, e l'aria indaffarata dei cowboy e dei maniscalchi che affollavano la stazione gli ricordò, per contrappasso, la quiete del funerale della moglie di Arturo Ambiguo al quale aveva assistito ormai mesi addietro ma che continuava a tormentarlo senza requie a qualunque ora della notte e del giorno... o, forse, era soltanto il ricordo di quella donna e dello straordinario amplesso postumo che avevano consumato insieme. Requiescat in pacem in saecula saeculorum, si disse, mentre grazie alla consueta vista da nibbio già incedeva grave verso il saloon che aveva scorto dall'altro lato della piazza.

Com'è ovvio e naturale che succeda, l'arrivo di uno straniero non passa mai inosservato in un posto come il saloon di La Union, e così accadde anche alla faina in divisa; la sua fama lo aveva anzi preceduto, le sue qualità di investigatore gli avevano procurato una notevole celebrità anche oltreoceano e fu per questo che appena le porte del saloon si aprirono e la severa silhouette del tenente Tenebra si profilò contro il sole che tramontava sulle mesas del deserto subito gli astanti si alzarono dai tavoli che occupavano e attorniarono l'attonito detective.
— Capo, n'accendino, capo?
— Dateme 'a valigia, capo, date cca, nun ve preoccupate!
— Oh, lassate nu poco 'e spazio ô tenente, facitelo respirà!
— 'O cappiello, capo, pusate 'o cappiello!
— Taralli, taralli 'nzogna e pepe! Taralli!...
... e in men che non si dica il tenente Tenebra fu fatto sceriffo di La Union, e mentre lo issavano in trionfo finalmente il coyote col distintivo (com'era stato immediatamente ribattezzato) trovò la forza di urlare "Ad interim! Sono sceriffo soltanto ad interim!".

Allo sceriffo Tenebra, fresco di nomina, bastò pochissimo tempo per dare prova della sua sagacia. Il giorno dopo il suo arrivo egli passeggiava pensieroso, la mente sempre rivolta a chi sappiamo noi, quando ad un tratto fu ridestato a viva forza dalla sua trance dalle urla di terrore di un capannello di gente; Tenebra si fece largo a spintoni tra la folla... e all'improvviso, lì, al centro del gruppo, vide Arturo Ambiguo in ginocchio, con i capelli spettinati, gli occhi rossi ed un'espressione sconvolta dipinta sul viso. Eh, sì, come il lettore ricorderà erano i tempi in cui Arturo Ambiguo si dedicava allo spaccio e al traffico di calumet della pace tra i visi pallidi.

Il tenente Tenebra si congelò, quasi come se avesse visto un fantasma, e tutto ciò che riuscì a dire fu "Lupus in fabula!". Arturo Ambiguo lo vide e senza dire né a né ba si gettò ai suoi piedi in lacrime esclamando:
— Tenente Tenebra! Oh, tenente, che bello rivederla in questo momento così tragico!
— Sursum corda, mio buon Arturo! Cos'è successo, come mai sei così sconvolto?
— Eh, tene', indovinate...
Il tenente Tenebra ebbe un tuffo al cuore.
— No!
— Sì.
— Hic et nunc?
— Eh?
— Qui, adesso?
— Sissignore.
— N'ata vota?
— Sì, tene'... n'ata vota.
— Ja', Artù, stai pazzianno!
— No, tene', 'ncoppa all'anema 'e mammà.
— E me lo dici sic et simpliciter?
— E come ve lo dovevo dire, vi dovevo cantare una canzone?

L'atteggiamento strafottente di Arturo Ambiguo immediatamente insospettì il tenente Tenebra, il quale concluse la conversazione aggiungendo:
— Artù, queste sono cose da trattare cum grano salis. Ma comunque... de hoc satis. Rebus sic stantibus, il caso è mio, cos'altro dire.

E Arturo Ambiguo si rasserenò al suono delle ultime parole, pur non avendo capito una ceppa del resto della frase.

Quando si trovò di fronte al cadavere, il tenente, forse troppo intriso di reminiscenze classiche (come il lettore avrà ormai certamente capito da solo), non poté fare a meno di coprirsi gli occhi esclamando "Horribile visu!". Il cadavere della donna giaceva perfettamente composto e sembrava che dormisse ma, si sa, a volte fa più paura ciò che non vorremmo vedere piuttosto che ciò che vediamo o vedremmo se volessimo vedere davvero ciò che vediamo.

Riavutosi dallo shock, il tenente Tenebra procedette minuziosamente all'analisi delle prove. Il corpo della donna era ancora bellissimo e non recava nessun segno di lesione.

– Ah, si disse Tenebra, se solo potessi ripristinare lo status quo... vivere con questa donna è la condicio sine qua non per la mia felicità!
Per quanto esaminasse il corpo della vittima e si guardasse intorno, non riusciva a trovare alcun indizio significativo, quando fu interrotto da Arturo Ambiguo che recava seco un vassoio con una caffettiera ed alcune tazze.
— Un caffè, tene'?
— Timeo Danaos et dona ferentes, rispose il tenente.
Arturo Ambiguo non aveva capito una ceppa come al solito, ma il concetto era passato ugualmente e quindi si ritirò con mestizia. Fu in quel momento che il tenente Tenebra notò un particolare che fino ad allora gli era sfuggito: sulla schiena di Arturo Ambiguo era attaccato un cartello con su scritto "Fesso chi legge".
— Fermo dove sei!, urlò il tenente. — Sei in arresto per l'omicidio di tua moglie!

Cosa ha fatto insospettire il tenente Tenebra?


La risposta è tra le interlocuzioni.

lunedì 18 febbraio 2008

La prima storia di Arturo Ambiguo e del tenente Tenebra

Vista l'inaspettata partecipazione di pubblico al gioco degli indovinelli laterali (zero commenti) proseguo a discorrere amabilmente di questo argomento che evidentemente attanaglia i lettori e li inchioda ai monitor.

Su gentile concessione dell'autore Diego Scilla, ecco a voi il testo originale, finora inedito, de La prima storia di Arturo Ambiguo e del tenente Tenebra.


Forse non tutti sanno che Arturo Ambiguo, verso la metà degli anni 50, smerciava dadi da gioco truccati ad Altoona, in Pennsylvania.

Come tutti gli anni, ad ottobre, le strade di quella ridente cittadina erano ricoperte da un manto di foglie rosso-bruno, avvenimento che riporta alla memoria i nostalgici tempi dei biscotti della nonna.

Anche il tenente Tenebra, giunto da poco in visita allo zio emigrato, si lasciava travolgere dall'impetuoso fiume dei ricordi e quel giorno, affacciato alla finestra della sua stanza nel ranch, guardava malinconico il cammino degli indigeni mentre calpestavano il fogliame.

Ma lo zelo che caratterizza colui che in vita sua ne ha viste tante, non fece tardi a farsi sentire... per strada, le urla disperate di Arturo Ambiguo perforavano i timpani e laceravano il cuore del nostro eroe. Scese le scale, uscì dal recinto delle vacche (ma solo dopo aver salutato Bessy) e corse a fare il suo oneroso dovere.

"Mia moglie è morta! L'hanno uccisa! Dio mio, che tragedia!", urlava Arturo. Il tenente ebbe un déjà-vu, si avvicinò allo sconvolto connazionale e lo guardò con l'aria di chi la sa lunga. Insieme si recarono sul luogo del delitto... la scena era raccapricciante, il volto violaceo della donna era rivolto verso la porta e sembrava guardare negli occhi l'alfiere della giustizia; il corpo giaceva senza vita ai piedi di una poltrona... "Ah", pensò Tenebra, "la stessa poltrona dove mio nonno mi teneva sulle ginocchia quando mi fece assaggiare per la prima volta il brandy...". Ma questa è un'altra storia; i pensieri dell'imperturbabile tenente erano disturbati dalle urla di Arturo che fu mandato via a randellate quando il nostro fiero gendarme, che ancora accusava i segni della sbornia della sera precedente, chiese di rimanere solo col cadavere...

All'esterno della casa la folla si era radunata incuriosita e Arturo subito aveva organizzato una mano a dadi con i soliti bifolchi; quando dopo un'ora si aprì la porta fu subito silenzio: il tenente uscì col volto vinto dalla stanchezza, le sue stanche membra solcavano il patio con andamento altalenante; non indossava più l'impermeabile, tra l'altro la signora Maria non era neanche riuscita a togliere quella macchia di sugo, recava in mano un cric e una copia del testo che sto scrivendo... oggetti che chiaramente non significavano nulla agli occhi degli stolti spettatori così come a quelli del tenente.

Si avvicinò ad Arturo, lo fissò dritto negli occhi e gli disse: "Ma è possibile che io e te dobbiamo sempre fare questo? Vabbuò Artù, facciamo finta di niente. Per stavolta leviamo occasione... almeno mi sono divertito...".

La folla era sconvolta, Arturo cadde in ginocchio e pianse...

Come capì l'astuto tenente Tenebra che in realtà era stato il signor Ambiguo ad uccidere la moglie?


La risposta è tra le interlocuzioni.

mercoledì 18 ottobre 2006

Polvere

Il corso pomeridiano di restauro stava ormai per terminare e la vecchia e tarlata pendola a muro aveva incontestabilmente vinto a mani basse la sua disfida personale contro il pregiato comodino Luigi XIV, il quale, pur essendo un arredo di squisita fattura nonché oggetto della lezione del giorno, non riusciva ad assorbire che una frazione trascurabile dell'interezza dell'attenzione che il movimento lento e polveroso delle lancette dell'orologio aveva ipnoticamente esatto dalla classe stanca e tormentata da numerose cefalee a grappolo. L'unico allievo che continuava a concentrarsi con dedizione certosina sugli incastri a coda di rondine della preziosa suppellettile sedeva naturalmente in prima fila e prendeva febbrilmente delle note su un elegante taccuino di cuoio rilegato, sul quale, di tanto in tanto, non disdegnava di tracciare degli schizzi che ritraevano con fedeltà sorprendente ora l'intarsio di un piede, ora il piano di una mensola, ora un pomello di un cassetto.

Allorché la pendola batté stancamente le sette, con riflesso felino la classe si alzò come un sol uomo e scattò verso la porta farfugliando indistinte e poco convinte parole di saluto all'indirizzo della piacente insegnante. Solo l'uomo in prima fila si mosse con lassitudine, chiudendo con cura il taccuino e raccattando i ventisette fogli dattiloscritti che contenevano un dettagliato resoconto della ricerca iconografica da lui condotta a proposito degli arredi letto Luigi XIV. La giovane precettrice gli rivolse un'occhiata piena di ammirazione ed orgoglio, come solo le donne zitelle, senza figli e alle porte della menopausa sanno fare, o forse invece uno di quegli sguardi che sussurrano di candele, di lenzuola, di sudore e di carni maneggiate, e a volte anche di lattice, manette e altri gadget di poliedrica applicabilità... uno di quegli sguardi che solo le donne zitelle, senza figli e alle porte della menopausa sanno rivolgere.

L'uomo già aveva raccolto tutte le sue carabattole e si dirigeva verso l'uscita dall'aula vuota. L'insegnante (la quale, a titolo di cronaca, aveva quarantasei anni, era nubile, non aveva mai generato creatura e aveva cominciato ad avvertire negli ultimi tempi delle strane vampate di calore) lo intercettò con una manovra da cacciatorpediniere e gli posò delicatamente la mano curata sulla manica del paltò.
— Va già via? — sussurrò melliflua.
— Purtroppo il dovere mi chiama — disse l'uomo guardandola dal fondo di due occhi colmi di un'infinita stanchezza.
— A quest'ora?
— Non esiste ora per chi serve la Giustizia.
L'uomo crollò il capo, lo scosse dolcemente e si allontanò con delicatezza dalla suadente signora mentre questa lasciava scivolare le dita della sua mano sulla flanella del cappotto.
— Ma la vedrò a lezione la settimana prossima?
— Senza dubbio.
— Si ricordi delle tavole...
— Certamente.
— Se ha bisogno di un consiglio...
— La chiamerò volentieri.
— Allora buona serata...
— Buonasera.
— ...a mercoledì...
— ...
— ...tenente Tenebra.

Questa gibella è stata pubblicata anche su La mandria pazza (cos'è?).

domenica 8 ottobre 2006

Corrispondenze

Anche in pieno giorno, in estate, l'ufficio del commissario Rabdomant era sul genere notturno. A maggior ragione in piena notte d'inverno. Una lampada a reostato vi diffondeva appena la luce necessaria. I ninnoli stile Impero che ornavano la biblioteca emergevano dalla notte dei tempi e la finestra a doppi vetri dava sulla notte della città. Appena faceva giorno, venivano tirate le tende. A qualsiasi ora del giorno o della notte, regnava un odore di caffè che disponeva alla riflessione e faceva parlare a voce piuttosto bassa.

RabdomantLei non dovrebbe essere di servizio, stasera, Pastor: chi sostituisce?
PastorL'ispettore Caregga, Signore, si è innamorato.
RabdomantCaffè?
PastorVolentieri.
RabdomantA quest'ora lo faccio io, sarà meno buono di quello di Elisabeth. E così Caregga è innamorato?
PastorDi un'estetista, Signore.
RabdomantQuanti colleghi ha sostituito questa settimana, Pastor?
PastorTre, Signore.
RabdomantQuando dorme?
PastorUn po' qua, un po' là, a piccole dosi.
RabdomantAnche questo è un metodo.
PastorÈ il suo, Signore, l'ho adottato.
RabdomantLei è ruffiano e discreto come un maggiordomo inglese, Pastor.
PastorIl suo caffè è eccellente, Signore.

(da La fata carabina, di Daniel Pennac)

Per chi conosce il tenente Tenebra... è o non è lui?!?