lunedì 2 novembre 2009

La cacca calpestata

Il signor Palomar ha pestato una cacca di cane. È in una strada della sua città ed è piuttosto irritato, non perché non gli sia già capitata la stessa cosa, ma soprattutto perché proprio quel mattino ha indossato le scarpe di tela con la suola di gomma tutta fitta di scanalature a spina di pesce. Benché il signor Palomar solitamente non indulga in comportamenti violenti e si consideri un tipo tollerante e rispettoso degli animali (non lo si potrebbe definire un amante degli animali: per amare gli animali è necessaria prima una certa misura di odio per gli uomini, e il signor Palomar non se la sentirebbe davvero di condannarli tutti senza averli prima conosciuti ed ascoltato le loro ragioni), in questo momento si guarda dintorno rabbioso come se cercasse il responsabile del suo incidente per consumare una vendetta immediata. Al signor Palomar viene in mente che questi maledetti cagnacci scagazzatori astenosfinterici andrebbero esiliati tutti su un'isola deserta a un centinaio di miglia dalla terraferma dove sianerebbero liberi di divorarsi a vicenda e di seppellirsi nei propri escrementi senza attentare alla pulizia delle suole dei cittadini.

Lo scatto di rabbia tuttavia non dura più di qualche attimo e il signor Palomar ritrova la calma. Non può certo incolpare un animale di aver espletato una delle sue funzioni organiche. Certo, il cane insozza la proprietà pubblica; ma come si potrebbe rimproverarglielo, se non gli si riconosce prima il diritto di partecipare alla sua gestione? Il signor Palomar intuisce che la cosa "pubblica" proprio pubblica non è. Molti dei numerosi abitanti della città sono esclusi dalla sua gestione e dunque esentati dal rispetto dovutole: cani, gatti, piccioni, ratti e insetti vari, per cominciare. Giuridicamente equiparabili ai bambini, i cani non rispondono dei propri atti davanti al consorzio civile: dovrebbero essere i loro padroni a farlo per loro. Il signor Palomar davvero non sopporta le persone incivili. Maledetti imbrattatori dell'arredo urbano, pensa con rinnovato furore, incapaci di sorvegliare la copropoiesi dei propri animali da compagnia o, peggio, avallatori negligenti di comportamenti antisociali. Hai permesso al cane di fare la cacca per strada? Hai ritenuto superfluo insegnargli dove può fare cacca e dove no? Oh, bisognerebbe esiliarli tutti su uno scoglio disabitato con i loro cani. Ti faccio vedere allora come farebbero attenzione a non tappezzarne di feci l'intera superficie.

Proprio quando il signor Palomar è all'apice della sua collera, d'improvviso rimane folgorato da un pensiero. Se i cani sono socialmente equiparabili ai bambini — perché la persona responsabile della loro educazione risponde anche giuridicamente della loro condotta —, lo stesso vale per i padroni dei cani stessi, i quali, tempo fa, sono stati bambini. Il signor Palomar non può condannare la loro inciviltà senza accusare i loro genitori, veri responsabili della loro mala creanza. Ma i genitori a loro volta potranno fare appello allo stesso cavillo e scaricare la colpa sui nonni... il signor Palomar si lascia aspirare vertiginosamente dalle migliaia di generazioni della storia dell'umanità fino al signor Adamo Y-cromosomale, fino alla signora Eva Mitocondriale e fino al loro peccato originale.

Il signor Palomar è un po' infastidito dalla sua conclusione — la dimostrazione dell'esistenza di un peccato originale — e subito si industria per confutare la sua teoria. Il suo ragionamento deve contenere una fallacia; ecco, dev'essere semplicemente falso che genitori maleducati generano sistematicamente figli altrettanto maleducati. Ma certo! Palomar si batte la fronte per essersi lasciato tentare dal determinismo. Anche se i miei geni plasmano la mia materia, se l'ambiente in cui vivo modifica il mio fenotipo e se le mie nevrosi tramano contro la mia autodeterminazione, io resto libero di comportarmi diversamente da mia madre e mio padre. Il signor Palomar sorride all'idea di essere stato costretto a introdurre il libero arbitrio non già per spiegare l'esistenza del peccato originale, ma anzi per dimostrare che si tratta di una historically unnecessary hypothesis.

Ma ahimè, il suo sorriso dura ben poco. Se Adamo ed Eva erano liberi, così erano i loro figli, così i loro nipoti — il signor Palomar ridiscende a precipizio le quattromila generazioni che li separano dal padrone del cane e non può più impedirsi di riconoscergli la libertà di scegliere se lasciare la cacca sul marciapiede o chinarsi a raccoglierla. Ma se quell'uomo godeva di libero arbitrio, forse che il suo cane era da meno? Il signor P. cammina trasognato, assorbito dalla riscoperta della dialettica tra libertà e responsabilità, e non si accorge della nuova cacca che sta per calpestare con l'altro piede.

sabato 25 luglio 2009

Fugerit invida aestas

Arles, ventisei giugno

Caro Teo,

Il portalettere mi ha lasciato stamane la tua ultima affettuosa missiva. Che buon uomo, monsieur Roulin; sarà passato sul presto come sua abitudine, mi avrà visto lungo disteso sul canapè del portico e avrà indovinato dalla regolare profondità dei miei respiri che navigavo ancora nel primo sonno. Immagino (e quasi lo vedo!) il suo barbone bonario e il sorriso dei suoi favoriti sempre in ordine, il fruscio delicato delle carte deposte sul tavolino di vimini e il velocipede di servizio che si allontana crepitando sullo sterrato.

Caro Teo, la coperta rossa che mi hai inviato mi racconta quanto sei preoccupato per la mia condizione. So che disapprovi la mia condotta insalubre e queste nottate all'addiaccio, ma lo zefiro provenzale è dolce e profumato e la mia cagionevole salute non corre seri rischi; la novella estate mi schiude le palpebre quando il sole è già alto e mi rivela la campagna che freme come un unico alveare, il profumo della lavanda e il riverbero abbacinante del cielo di Provenza sulle mura gialle della casa.

Ti ringrazio di cuore di tutte le pene che ti dai per me. Ero già al corrente del concorso all'accademia di polizia (me ne aveva parlato Arturo), ma non so se parteciperò. Teo, sto morendo. L'ho scoperto sei mesi fa. Me l'ha confermato anche il dottor Gachet, anche se cercava di sdrammatizzare e di convincermi che in fondo potrei essere messo peggio. Ma so per certo che mi restano meno di ottant'anni di vita.

Vedi, Teo, quando ero fanciullo non percepivo i limiti della mia esistenza. Avevo troppo poco passato per immaginare che il futuro esistesse, e il presente si dilatava fino a diventare un unico infinito pomeriggio. Ma esistono due tempi, amato fratello. Uno, chiamiamolo "tempo reale", è il tempo dei pendoli, del moto dei pianeti, della cottura del pane, dei fenomeni fisici, oggettivi, osservabili e riproducibili; l'altro, chiamiamolo "tempo apparente", misura la durata percepita da un essere senziente. La durata apparente di un certo fenomeno dipende naturalmente dallo stato psicofisico in cui il soggetto si trova durante il fenomeno; ma al di là di queste fluttuazioni locali possiamo immaginare un'evoluzione globale della percezione temporale con l'età dell'individuo (ovvero con il tempo reale). Sia t il tempo reale e τ il tempo apparente; a un dato istante t della mia vita, poniamo che la durata apparente di un fenomeno campione sia λ(t) volte la sua durata reale:

dτ = λ(t) dt

Nel mio caso, credo che l'andamento di λ(t) sia pressappoco il seguente:

Ora supponi per semplicità che, per un certo intervallo di t (ad esempio t > 30 anni), λ(t) sia semplicemente inversamente proporzionale a t:

λ(t) ∝ t-1

Ne segue che

τ = ∫λ(t)dt ∼ ln t

e dunque

t ∼ eτ

Ecco la misura oggettiva della fugacità del tempo. Ecco il regolo della caducità del mio essere frale. Credevo che il mio tempo apparente τ scorresse lineare, sempre uguale a sé stesso, e che in fondo rappresentasse una buona approssimazione del tempo reale t. Ma mentre la tartaruga τ muove un passo, Achille t ne fa tre; e mentre la tartaruga ne avanza un altro, Achille ne ha allungati altri sei. Forse la morte è soltanto questo, l'infinito rallentamento della percezione. Forse λ(t) raggiunge lo zero in un tempo finito; il mio cronometro apparente si blocca mentre il mondo intorno continua a ticchettare. Forse sono immortale ed è solo l'accelerazione apparente della mia percezione che mi illude di morire. Lo stesso metronomo della mia vita,

λ(t)-1 ∝ t

accelera minaccioso secondo la percezione che ne ho:

λ(τ)-1 ∝ eτ

Ecco perché veglio ogni notte e freneticamente respingo la stanchezza. Non ho letto Proust. Non conosco il greco antico. Non so come si fabbrica la carta. Non conosco la storia del mio Paese. Non conosco il nome della capitale dello Yemen. Non parlo portoghese. Non so come si vesta la gente del Botswana. Non so cucinare la bagnacauda. Non so suonare uno strumento musicale. Non ho mai ascoltato Brahms. Non so da dove viene la massa del protone. Non so leggere l'alfabeto cirillico. E quante sono le cose che non so nemmeno di ignorare? Non ho tempo. Sfilo un altro libro vergine dalla pila alla mia sinistra. Prima che riuscirò a immaginare il domani, questo meriggio fu già passato in fretta.

Il tuo affezionato fratello,                     

Vincenzo Tenebra                            

venerdì 26 giugno 2009

Tunz-tunz — tra storia e leggenda

Sarà colpa dei risultati elettorali, ma negli ultimi giorni c'è un pensiero che mi ossessiona. No, non ho intenzione di dichiararmi rifugiato politico (anche se effettivamente non sarebbe una cattiva idea), ma di una domanda antica quanto l'umanità stessa, forse persino quanto Rita Levi Montalcini: cosa vuole davvero la gente?

Numerosi scinziati hanno sconsideratamente consacrato le proprie carriere allo studio di questa spinosa questione. Il primo approccio, ancorché germinale e limitato, si trova già nei lavori sperimentali dell'équipe di Lennon e McCartney, pionieri del campo, tra cui ricordiamo I Want to Hold Your Hand (1963), I Want to Tell You (1966) e I Want You (She's So Heavy) (1969). Fu tuttavia necessario attendere gli anni Ottanta prima che si tentasse di costruire un modello teorico autoconsistente (Lauper, Girls Just Want to Have Fun, 1983). Guidati dalle lungimiranti previsioni di Lauper, gli esperimenti di Mercury et al. (I Want It All, 1989) misero in luce inattese sistematiche e permisero a tre membri della rinomata scuola di Göteborg — Ekberg, Berggren e Berggren — di applicare il metodo di Lauper all'ensemble dei desideri femminili (All That She Wants, 1992). L'estensione della teoria lauperiana alla descrizione dell'intera fenomenologia umana è piuttosto recente ed è opera di ricercatori italiani (Belisari et al., La gente vuole il gol, 2000). Quanto saranno affidabili queste teorie? Molto poco, se ci si ferma un attimo a riflettere. La verità, anzi la Verità, ma cosa dico, la VeriTà è scandalosamente evidente da secoli, e solo io me ne sono accorto.

La gente vuole il tunz-tunz.

Il tunz-tunz, genere musicale antichissimo, fu inventato una sera in cui un antico egizio particolarmente annoiato si accorse che bastava battere alacremente sul sacro tamburo di Anubi per rincoglionire completamente il circondario. Alternando sistematicamente un colpo al tamburo (tun) e una scossa al sacro sistro di Iside (z), il musico inanellò una machiavellica e ipnotica combinazione che riduceva istantaneamente di una ventina di punti il QI degli astanti e li costringeva a sollevare le mani, saltare scompostamente sul posto e agitare oscenamente la pelvi, anche se si trattava di personcine affatto rispettabili come scribi, sacerdotesse o faraoni.

I militari compresero immediatamente che il tunz-tunz racchiudeva un enorme potenziale di controllo sulle masse scalmanate ("il tunz-tunz è l'oppio dei popoli", osservò argutamente Marx secoli dopo). Da allora, chi ha trascurato di versare il proprio tributo sull'altare del tunz-tunz ne ha pagato le conseguenze, talvolta a caro prezzo. Bach si vide ignorare tutte le sue composizioni giovanili finché non produsse un paio di videoclip ritmati con ballerine discinte. Napoleone III intuì che se la gente faceva le quattro in discoteca, non si sarebbe alzata per fare la rivoluzione il giorno dopo, e fece costruire un'enorme boîte de nuit nel nono arrondissement (oggi nota come Opéra Garnier). Giulio Cesare mandava le falangi in battaglia con l'iPod a palla.

Celebre, infine, è l'episodio di Maria Antonietta:

— Maestà, il popolo non ha più tunz-tunz! Il popolo vuole ballare!
— Che ascoltino Bartók.

E sappiamo tutti che fine ha fatto.

A seguire: tecnica e struttura del tunz-tunz.

mercoledì 22 aprile 2009

Sono dieci anni che ho smesso di ragionare in gradi

Era ora che i miei elettrodomestici si adeguassero.

domenica 5 aprile 2009

Tutto inVaneau

A quell'ora Alésia si era già messa all'Opéra. La gente non veniva certo nel quartiere per prendere una boccata di Bel-Air, fare un Picpus o quattro Passy; si era in Rue de la Pompe, in pieno quartiere a Laumière rosse, dove La Sorbonne (così era nota tra i clienti più affezionati) roteava la sua Bourse con innegabile perizia e metteva in mostra la sua seducente Gambetta.

— Ourcq!, esclamò un Simplon di passaggio che aveva notato Lecourbe di Alésia.
— Ciao, bel maschione, Bienvenüe, fece Alésia con la sua voce Argentine.
— Ehm.
— Ho una Bonne Nouvelle per te. Hai vinto un Ternes al lotto. Lo so che stai come una Iéna, lo vedo che ce l'hai già Duroc... e io sono una distributrice di Plaisance impazzita.

Rivoli di sudore scendevano lungo la fronte del Simplon.

— Oh, Madeleine, fu tutto ciò che riuscì a dire.
— Dai, bello, non essere freddo come un Glacière... ci prendiamo una stanzetta all'Hôtel de Ville con letto Dupleix, una Boissière per rilassarci, ti regalo una Bastille azzurra e ti faccio partire come il Concorde.
— Veramente io...
— Non sarai un Pasteur calvinista? Non essere così Sèvres...
— Bercy Goncourt per l'offerta, signorina, sono Ségur che lei sarebbe una compagna Exelmans, Bérault...
— Ho capito, sei un Vavin!
— Ma no, ma no!
— E allora sei un Créteil! Scompari dalla mia vista prima che ti faccio rotolare Père tutta Lachaise!