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venerdì 26 giugno 2009

Tunz-tunz — tra storia e leggenda

Sarà colpa dei risultati elettorali, ma negli ultimi giorni c'è un pensiero che mi ossessiona. No, non ho intenzione di dichiararmi rifugiato politico (anche se effettivamente non sarebbe una cattiva idea), ma di una domanda antica quanto l'umanità stessa, forse persino quanto Rita Levi Montalcini: cosa vuole davvero la gente?

Numerosi scinziati hanno sconsideratamente consacrato le proprie carriere allo studio di questa spinosa questione. Il primo approccio, ancorché germinale e limitato, si trova già nei lavori sperimentali dell'équipe di Lennon e McCartney, pionieri del campo, tra cui ricordiamo I Want to Hold Your Hand (1963), I Want to Tell You (1966) e I Want You (She's So Heavy) (1969). Fu tuttavia necessario attendere gli anni Ottanta prima che si tentasse di costruire un modello teorico autoconsistente (Lauper, Girls Just Want to Have Fun, 1983). Guidati dalle lungimiranti previsioni di Lauper, gli esperimenti di Mercury et al. (I Want It All, 1989) misero in luce inattese sistematiche e permisero a tre membri della rinomata scuola di Göteborg — Ekberg, Berggren e Berggren — di applicare il metodo di Lauper all'ensemble dei desideri femminili (All That She Wants, 1992). L'estensione della teoria lauperiana alla descrizione dell'intera fenomenologia umana è piuttosto recente ed è opera di ricercatori italiani (Belisari et al., La gente vuole il gol, 2000). Quanto saranno affidabili queste teorie? Molto poco, se ci si ferma un attimo a riflettere. La verità, anzi la Verità, ma cosa dico, la VeriTà è scandalosamente evidente da secoli, e solo io me ne sono accorto.

La gente vuole il tunz-tunz.

Il tunz-tunz, genere musicale antichissimo, fu inventato una sera in cui un antico egizio particolarmente annoiato si accorse che bastava battere alacremente sul sacro tamburo di Anubi per rincoglionire completamente il circondario. Alternando sistematicamente un colpo al tamburo (tun) e una scossa al sacro sistro di Iside (z), il musico inanellò una machiavellica e ipnotica combinazione che riduceva istantaneamente di una ventina di punti il QI degli astanti e li costringeva a sollevare le mani, saltare scompostamente sul posto e agitare oscenamente la pelvi, anche se si trattava di personcine affatto rispettabili come scribi, sacerdotesse o faraoni.

I militari compresero immediatamente che il tunz-tunz racchiudeva un enorme potenziale di controllo sulle masse scalmanate ("il tunz-tunz è l'oppio dei popoli", osservò argutamente Marx secoli dopo). Da allora, chi ha trascurato di versare il proprio tributo sull'altare del tunz-tunz ne ha pagato le conseguenze, talvolta a caro prezzo. Bach si vide ignorare tutte le sue composizioni giovanili finché non produsse un paio di videoclip ritmati con ballerine discinte. Napoleone III intuì che se la gente faceva le quattro in discoteca, non si sarebbe alzata per fare la rivoluzione il giorno dopo, e fece costruire un'enorme boîte de nuit nel nono arrondissement (oggi nota come Opéra Garnier). Giulio Cesare mandava le falangi in battaglia con l'iPod a palla.

Celebre, infine, è l'episodio di Maria Antonietta:

— Maestà, il popolo non ha più tunz-tunz! Il popolo vuole ballare!
— Che ascoltino Bartók.

E sappiamo tutti che fine ha fatto.

A seguire: tecnica e struttura del tunz-tunz.

mercoledì 25 marzo 2009

Mijn vriend Karel van der Bruin

(Si consiglia di lanciare il video a lato a guisa di colonna sonora della gibella. Abbiate pazienza, per gli effetti speciali ci stiamo ancora attrezzando.)

Brasile.

Il solo nome già evoca visioni di spiagge assolate, noci di cocco, partite di calcio acrobatico, bikini minimalisti, Cacao Meravigliao e saudade. (Chissà com'è la visione della saudade. Fosse nostalgia di Napule, non avrei difficoltà a immaginere un tipo vestito da Pulcinella che piange, suona il mandolino e il tamburello e balla la tarantella ué ué affacciato a una finestra e sbocconcellando una sfogliatella accompagnata da una tazzulella di caffè; ma l'immagine di un brasiliano vestito di piume di struzzo che piange, suona il canillo1 e balla il samba tunz-tu-tunz tun-tun-tu-tunz sulla spiaggia di Copacabana sorseggiando una capirinha e rimpinzandosi di biscoito Globo, quest'immagine mi risulta un tantino meno credibile. Sarà una questione di abitudine.)

Ecco, io in Brasiu (mi si passi la grafia fonetica) ci sono stato, e posso garantire che è tutto vero. (A parte il Cacao Meravigliao. Che poi sarebbe Meraviglião. Che poi sarebbe Meraviglione. E se cacao fosse cacão, allora sarebbe cacone, e allora hai voglia di mettere ballerine scosciatissime. Chiaro?

No. Allora continuate a leggere.)

Ecco, io volevo parlare del Brasiu, della saudadgi e della bossa nova, e invece mi avete incastrato a spiegare come imparare il brasiliano in dieci giorni; tant pis.

La regola è la seguente: per parlare brasiliano bisogna (a) imparare quei quattro-cinque verbi che sono diversi, (b) parlare in napoletano (c) con un accento barese. La dimostrazione ha avuto luogo in una casa de sucos, un posto dove (udite udite) si vendono succhi di frutta.

(Trascrizione fonetica.)

Io:Um suco dgi còco (con le O aperte), por favor.
Bibi:(non capisce e lo fa presente)
Io:(scandisce) Um... suco... dgi... còco.
Bibi:(illuminazione) Ahh! Cócu! (pronuncia barèse stretta)

Il brasiliano è tutto così. Se arrivi stasera alle dieci, domani alle due sai ordinare da mangiare, dopodomani impari a contrattare con i bancarellisti e dopo dieci giorni chiacchieri amabilmente con il tassista che ti accompagna all'aeroporto (dicendo — mio testuale commento sul traffico dell'ora di punta — "Eh... a gente va à casa"). Ma qual è il trucco?

Il trucco, come quando si impara una qualunque lingua straniera, consiste nel costruire una tabella mentale di corrispondenze più o meno regolari con le altre lingue che si conoscono. Tali corrispondenze possono essere semplici traduzioni (formaggio ↔ queijo) oppure schemi di applicazione sufficientemente regolare da giustificarne l'introduzione. Esempio: se la parola italiana finisce per -zione, stai sicuro che la parola brasiliana finirà per -ção. Se quella italiana finisce per -ino, spesso quella brasiliana finisce per -inho; e se quella italiana finisce per -one, quella brasiliana finirà per -ão. (Quindi Falcão in realtà si chiamava Falcone. E no, Alemão non si chiamava Alemone; si chiamava Tedesco.) La cosa funziona talmente spesso tra italiano e brasiliano che qualcuno dovrebbe scriverci un programmino per tradurre automaticamente e maccheronicamente i testi dall'italiano al brasiliano.

Ma guarda un po' la coincidenza, questo programmino l'ha già scritto qualcuno (io). L'ho chiamato aristoteles, più in onore del centravanti che del filosofo. È scritto in Perl3, è rilasciato sotto licenza GPL4 e può essere scaricato liberamente da qui.

aristoteles è semplice da usare: gli si dà un file di testo in italiano e lui risputa tutto tradotto in brasiliano. Il va sans dire che io non lo userei per tradurci la mia tesi di laurea; in questo senso, aristoteles non è un traduttore: è più un simulatore del mio cervello.

Ma vediamolo all'opera:

A A Abbronzatissima
sotto i raggi del sole
come è bello sognare
abbracciato con te.
A A Abbronzatissima
a due passi dal mare
come è dolce sentirti
respirare con me.
Sulle labbra tue dolcissime
un profumo di salsedine
sentirò per tutto il tempo
di questa estate d'amor.
Quando il viso tuo nerissimo
tornerà di nuovo pallido
questi giorni in riva al mar
non potrò dimenticar.
A A Abronzatissima
debaixo os ragi do sol
como é belo sonhar
abraciado com ti.
A A Abronzatissima
a dois passi do mar
como é dolce sentirti
respirar com mim.
Sobre as labra tue dolcissime
um profumo de salsedinhas
sentirò para todo o tempo
de esta estate d'amor.
Quando o viso tuo nerissimo
tornerà de noo palido
questi giorni em riva ao mar
não potrò dimenticar.

Da Rimini a Ipanema in 0.484 secondi.

Ah, un'ultima cosa. Vi è piaciuta la colonna sonora? Un mito, Disco Samba, eh? Bella la musica brasiliana, eh? Eh, come suonano i brasiliani...

Peccato. I Two Man Sound, signore e signori, sono belgi. Wikipedia docet. (Ma grazie Luca per la segnalazione.) E con questo ho rovinato la serata alla metà di voi.


1 Canillo è il nome con il quale ho sempre designato il putipù brasiliano2. Produce il suono di un cagnolino che guaisce (donde la denominazione). ^

2 Ho appena scoperto che in brasiliano il canillo si chiama cuica. ^

3 Perl è un linguaggio particolarmente adatto a fare di queste cazzate. Chi usa Linux probabilmente sa cos'è, ma non avrà bisogno di installarlo perché con tutta probabilità ce l'ha già. Tutto ciò è triste: chi ha le conoscenze per installarlo, non ne ha bisogno; chi usa Windoze probabilmente crede che Perl sia una marca di dentifricio. ^

4 No, la bombola non c'entra. ^

giovedì 31 luglio 2008

Urg...

Devo decisamente smetterla con questo prog. Oggi ascoltavo Man-Erg e quando è finita ho pensato:

Io: Grande pezzo... peccato che sia così corto! Fammi vedere quanto dura...

Io: Agh.

lunedì 9 giugno 2008

Two visions

Ieri sono andato al festival del jazz di Liegi a rifarmi un po' le orecchie dopo quattro anni di esilio musicale in Scandinavia, dove la gente è troppo impegnata ad ascoltare musica sciacquapalle per dedicarsi a Stan Getz. Come biasimarli? Lo so. Come paragonare un quintetto che totalizza circa un secolo di studi musicali a un affascinante vocalist dagli occhi seducenti e dalla pelvi disarticolata?

(Nota personale: smettere di parlare male della Svezia. Ormai ne sono uscito. Vivo. Quasi.)

Un festival di jazz rappresenta inoltre una solida àncora di salvataggio per uno che difficilmente ascolta musica scritta dopo il 1978, anno in cui tutti i più grandi musicisti dei gloriosi anni sessanta e settanta sono stati coercitivamente lobotomizzati in blocco (secondo me i Ramones ne sanno qualcosa) e hanno cominciato a suonare come gli Asia. Persino i Queen, per i quali nutro sempre massimo rispetto, non sono stati più gli stessi dopo il '78.

In realtà poteva andarmi male anche al festival di jazz. Per esempio, a un certo punto siamo andati ad ascoltare Mona Murray. Sarà un pregiudizio mio, ma ho sempre un po' di difficoltà a rapportarmi a una donna che si chiama Mona, specie se va in giro con una scollatura ombelicale. Va be', è ammericana, è una tipa free. Mona (...) entra sul palco e si trova davanti una platea di un centinaio di persone che hanno pagato circa trenta euro pro capite per ascoltare jazz; età media, cinquanta; tutti seduti, tipo teatro. La gente nota il generoso décolleté, si scambia occhiate fugaci e trae conforto dalla perplessità dei vicini ("ah, allora non sono solo io").

Ma Mona (...chiamamola "la tipa") tranquillizza tutti nel suo francese un po' approssimativo.

Tipa: Dans ma musique il y a du jazz, du blues, du country, du rock... tout!
La tipa ammicca al pubblico. Il pubblico si scambia altri sguardi perplessi.
Tipa: Maintenant je vais chanter une chanson... je ne sais pas si vous parlez un peu d'anglais... la chanson s'appelle: "Let me feel your body"! (ammicca maliziosa)
Colpi di tosse in sala.
Tipa: Oui, je crois que c'est compris...!
Comincia a cantare musica sciacquapalle.

Io e Caterina, terza fila, ci guardiamo (perplessi, of course) e a gesti decidiamo di scappare al termine del pezzo.

Ma a questo punto vengo colto da una visione.

Davide e Caterina si alzano e cercano di filarsela.
Tipa: Oh, no! Don't leave!
Davide: Ehm.
Tipa: Why are you leaving so soon? Don't you like my music?
Davide: Er. Yes. Sorry. Thing is... you know... we really gotta go. I've got to...
Lo sguardo vaga disperato alla ricerca di salvezza.
Davide: ...breastfeed my children.

Non racconterò di come mi sono esaltato per il jazz funk dei sei componenti del James Taylor quartet (sic); mi preme molto di più narrare come il gruppo è stato presentato.

Omino col papillon: ...ma prima di far entrare il gruppo vi vorrei chiedere di fare un applauso per ringraziare il nostro sponsor...
Clap clap clap.
Omino col papillon: ...e per ringraziare i nostri tecnici del suo--
Continua a muovere la bocca ma non si sente più nulla.
Omino col papillon: --ll'applauso, per favore!
Clap clap clap.
Omino col papillon: Devo inoltre comunicarvi che il concerto di Abdullah Ibrahim non si terrà alle ventidue e trenta ma alle ventitré. D'accordo? Eh, eh. (Assume un'aria un po' imbarazzata.) Inoltre, vi vorrei avvisare che alle ventitré in punto saremo costretti a chiudere le porte e a non lasciare entrare più nessuno.
Mormorio di stupore.
Omino col papillon: Eh, sì, e non si possono fare foto.
Mormorio di disapprovazione.
Omino col papillon: Questa in realtà è una richiesta dell'Artista [giuro che ho sentito la maiuscola] perché la sua musica è molto intimista, voi capite, e il minimo rumore lo può far deconcentrare. È capace di alzarsi e andarsene!

È qui che vengo colto dalla seconda visione della serata.

Capo: Davide, puoi farmi vedere quei risultati?
Davide: Ah, sì. Eccoli. Ora produciamo più cluster a bassa energia, però abbiamo anche ridotto...
Capo: Ma gli spettri dei protoni come sono?
Davide: Eh, no, mo basta. Sei qui per ascoltare o per fare conversazione?! Io sto creando e tu mi interrompi! E io poi perdo il filo!

Esce dalla stanza sbattendo la porta.

Capo: ...

La porta si riapre.

Davide: ...e niente fotografie!

martedì 11 marzo 2008

In osteria

I nostri amici si intrattengono con allegri stornelli.

venerdì 11 gennaio 2008

'A pasta cu 'a sarza

(Questa storia, già lo so, piacerà tanto a Sebastiano.)

Per farvi venire voglia di venirmi a trovare, vi racconto la mia ultima avventura scandinava. Dovete sapere che, in questo accogliente angolo di Europa subpolare, di pasta (alimentare) ne arriva pochina, che è anche una cosa ragionevole allorché uno si ricorda che fino a quarant'anni fa ne avevano solo sentito parlare.

Anzitutto, ci sono pochi formati: ditemi voi come si fa a fare pasta e piselli senza il tubetto, pasta e fagioli senza la pasta mista (la quale, lo sapevate? esiste solo a Napoli... sapevatelo!) o le orecchiette coi broccoli senza le orecchiette. (Meno male che i broccoli ci sono.) E poi ci sono anche poche marche! In ordine decrescente di qualità:

  • Barilla (e ho detto tutto);
  • una sedicente marca italiana "Zeta" (la quale però scrive "Buono per pasta!" sul pesto pronto o "Aubergine grigliate" sulle melanzane sott'olio... ma dico io, benedetto iddio, almeno imparate lingua prima scrivere);
  • varie marche di anemiche paste norvegesi (che scuociono se toccate con le mani bagnate).

A volte, se ti va di culo, in supermercati iperforniti e altamente specializzati, si trova la pasta de Cecco (la manna dal cielo). Potete quindi soltanto immaginare la mia letizia quando, accanto ai soliti spaghetti Barilla n. 5, scorgo un nuovo, attraente pacco rosso fiammante.

(Sì, lo so, non è lo scaffale del supermercato. È quello del bazar all'angolo. Fate finta.)

Poffarbacco, mi dico, questa è pasta napoletana! (Notare che dalla distanza a cui ero leggevo "Spaghetti" e "Napoli".)

Piglio e metto nel carrello, senza esitazione. (Qui mi viene in mente "Dogs":

You've got to be able to pick out the easy meat with your eyes closed
And then moving in silently, down wind and out of sight
You've got to strike when the moment is right without thinking.

Chiusa parentesi.)

Stasera decido di cucinarmi il mio cavallo di battaglia. Poiché però c'è tanta gente che si fa problemi a mangiare i cavalli, mi lascio convincere e ripiego su un onesto piatto di carbonara, da impreziosire con una grattata del pecorino che ho portato da Napule. Bene, mi dico, visto che ho il pecorino, facciamo le cose in grande e proviamo questa magica pasta napoletana. Tiro fuori il pacco...

...e mi accorgo subito che qualcosa non va. Sento che una parte dello scatolo è più pesante e rigonfia dell'altra. Un presagio di sventura mi corre lungo la spina dorsale. Incuriosito, apro la confezione.

Nell'ordine, estraggo:

  • 403 g di spaghetti, "100% Hartweizen" (grano duro). Notare la precisione teutonica nella determinazione del peso;
  • un misterioso sacchetto di alluminio contenente una sostanza liquida e un po' melmosa;
  • Una bustina contenente "Geriebener Hartkäse" (formaggio duro grattugiato);
  • Una bustina contenente "Würzende Mischung mit Kräutern", molto diplomaticamente tradotto in italiano come "miscela aromatica".

Sconfitto ormai su tutta la linea dall'avanzata della Wehrmacht, prendo il pacco e finalmente leggo "Spaghetti alla Napoli". Chi ha vissuto per un po' all'estero sa benissimo dell'esistenza di questo fantastico piatto. Così come l'insalata russa non è russa, le French fries non sono French e la genovese non è genovese, anche la pasta "Napoli", "alla Napoli" o "alla Napoletana" che dir si voglia non è napoletana. A Napoli, la pasta alla Napoli si chiama "pasta cu 'a sarza".

La mia congettura si rivela corretta. Sul retro del pacco mi si svela il contenuto del misterioso sacchetto di alluminio.

PASTA DI SEMOLA DI GRANO DURO CON PREPARATO PER SUGO DI POMODORO, MISCELA AROMATICA E FORMAGGIO
[...]
Preparazione: Lasciar cuocere gli spaghetti in circa 4-5 litri di acqua salata per 7-8 minuti [acqua abbondante, se no vengono limacciosi], girando di tanto in tanto [bravo]. Scolare in uno scolapasta [bravo]. Nel frattempo versare il doppio concentrato di pomodoro in una pentola conservando il relativo sacchetto contenitore [?]. Riempire d'acqua fino al segno (circa 300 ml) il sacchetto di alluminio [ah ecco! e dici "rifondici un po' d'acqua"!] ormai vuoto [meno male che specifica] e aggiungere alla salsa nella pentola. Aggiungere al tutto il mix per aromatizzare, 1-2 cucchiai di olio di oliva o [attenzione] un pezzetto di burro [!!!] (circa 30 gr) [sic] e mescolare. Portare a cottura per un breve periodo.

E ora sono disperato. Non so che fare. Lo potrei buttare, ma mi piange il cuore. Lo potrei provare... ma ho paura che mi piaccia.

sabato 29 settembre 2007

La solita bolpa

Benché le folle e i media si scalmanino ad incensare lo stato di avanzamento delle democrazie occidentali e si industrino per propagandare la compiutezza e la perfezione della messa in essere dei diritti fondamentali dell'uomo, alcune menti elette non si lasciano abbindolare da frottole siffatte. Consideriamo, ad esempio, l'alfabetizzazione di massa: anche se all'occhio distratto dell'uomo della strada essa appare probabilmente come un passo irrinunciabile verso la creazione di una vera democrazia rappresentativa, essa ha in realtà spalancato le porte all'inquinamento irrimediabile della lingua e alla delirante proliferazione dei vari "stò", "fù", "fà", "quì", "sù" et similia; e non parlerò qui della nefasta copula con le moderne tecnologie delle telecomunicazioni, responsabile della nascita di "cmq", "xké", "nn", "ank", "belliximo" ecc.

Una lancia va tuttavia spezzata in favore di quegli esecrabili che fanno uso quotidiano di monosillabi scelleratamente accentati; non esiste un criterio logico per decidere dove porre l'accento. Pensate, ad esempio, al verbo "dare": perché si scrive "egli dà"? Ovviamente, per non confondere la voce verbale con la preposizione semplice "da". Ma perché dunque non si scrive anche "io dò", per evitare di confondersi con la nota musicale? Ho tanto la sensazione che le note musicali siano crudelmente bistrattate, in palese contraddizione con i principi di uguaglianza e tolleranza che ispirano la stessa alfabetizzazione di massa da cui abbiamo preso le mosse. Perché è sbagliato scrivere "il ré mì fà un regalo"?

Ecco allora che il vostro grammatico costruttivo preferito interviene a combattere le ingiustizie e ad appianare le disparità della lingua italiana. Il problema, se ci pensate un attimo, non è banale come sembra. Avrei potuto proporre una nuova regola: "la nota si scrive senza accento, ogni eventuale omografo si scrive con l'accento". Non l'ho fatto perché, per alcune note (la e si), sia la forma accentata che quella non accentata sono già impegnate: "la" (articolo) e "là" (avverbio); "si" (pronome) e "sì" (avverbio). Come uscire da questa impasse?

C'è probabilmente solo un modo per essere al sicuro: bisogna cambiare i nomi alle note. Che facciamo, dunque, adottiamo i nomi anglosassoni? Naaa. Molto meglio inventarsene di nuovi. Io propongo dunque la seguente nuova nomenclatura per le note musicali:


doremifasollasi
flozegnipabolradri

Provate a solfeggiare, adesso; anzi, provate a bolpeggiare. Riascoltate il famoso flo di petto di Pavarotti. È tutta un'altra musica.

venerdì 20 luglio 2007

Rufus

Scena

Tardo pomeriggio, un bar del Greenwich Village, quartiere di New York noto per essere stato la culla del movimento di liberazione gay. Il locale è semivuoto, poche persone occupano un paio di tavoli accanto alle finestre. Atmosfera rilassata; musica lounge, ambient, ma anche un po' industrial. Il bancone del bar irradia una luce rossa.

La porta del locale si apre e compare una coppia di turisti. Lui indossa pantaloncini a pinocchietto, camicia bianca modello gelataio e sandali; porta al collo una macchina fotografica. Lei indossa una canottiera e dei pantaloni e ha un grosso zaino sulle spalle. I due scambiano alcune parole con una cameriera che li accompagna ad uno dei tavoli liberi.

Lui (sedendosi, visibilmente eccitato): Allora?
Lei (un po' infastidita): Sì... bello.
Lui: Avevo sempre sognato di farlo.
Lei: Lo so.
Lui: Ci pensi... sulla Fifth Avenue!
Lei: Sì...
Lui: ...con tutti quei taxi giallissimi!
Lei: Mhm.
Lui: ...fermare un taxi col fischio...
Lei: ...già...
Lui: ...e saltare dentro...
Lei: ...
Lui: ...urlando "SEGUA QUELLA MACCHINA"!!!
Lei: Un'emozione, senza dubbio.
Lui: La migliore.

Un cameriere porge due menù.

Lei (sfoglia): Beh, è carino il posto... da fuori sembrava peggio.
Lui: No, infatti... a parte...
Lei: ...il neon nel bancone.
Lui: Già.
Lei: E quest'aria condizionata a palla!
Lui: Infatti.
Lei: Ma fa freddissimo qua dentro!
Lui: Hm.

Sfogliano il menù in silenzio per un po'. Ogni tanto lui si distrae, segue il filo dei suoi pensieri, mima la scena che si è verificata poco prima e tra sé e sé mormora "segua quella macchina". Poi, soddisfatto, si dedica al menù.

Lei (prende lo zaino e ne recupera una magliettina): No, ma fa troppo freddo qua dentro. Esagerano proprio con quest'aria condizionata.
Lui: Infatti! E non capiscono che più la usano, più la città si riscalda!
Lei (indossa la maglietta): Quanto sono ammericani.
Lui: Già. Che cazzoni.
Lei: Tu che prendi?
Lui: Boh. Tu?
Lei: Boh.
Lui: Bene.

I due continuano a sfogliare per un po', e poi chiudono i menù. Nel frattempo entra Rufus, un omaccione sulla cinquantina, muscolosissimo, baffuto e un po' pelato; indossa una tenuta da palestra: canottiera aderente e hotpants. Si vede che è gay da un chilometro. Rufus saluta uno dei camerieri con familiarità e prende posto al tavolo accanto ai due turisti.

Il cameriere si avvicina ai turisti, prende le ordinazioni e si allontana.

Lui: Certo però che è proprio vero.
Lei (estraendo dallo zaino una sciarpa di cotone): Cosa?
Lui: Quello che si dice di solito dell'Ammerica... che è un Paese di grandi contrasti.
Lei: Ah, parli del quartiere?
Lui: Ma sì, anche dell'Ammerica in generale. È assurdo pensare che questo è il posto dove è nato il movimento gay e allo stesso tempo è anche la superpotenza egemone che ieri bombardava il Vietnam, oggi l'Iraq e domani boh... Casoria.
Lei: È vero. Pensa anche a Martin Luther King e al movimento per la desegregazione dei neri.
Lui: Che poi sono sempre segregati.
Lei: E già.
Lui: E la bomba atomica?
Lei: Però anche il sessantotto.
Lui: Ma anche McDonald's.
Lei: Ma anche il jazz.
Lui: Ma anche Britney Spears.
Lei (indossando un maglioncino di filo): Ma se ci pensi, sono stati sempre gli immigrati... le minoranze etniche a fare le cose buone dell'Ammerica.
Lui: Beh... tecnicamente qua sono tutti immigrati.
Lei: Anche noi indoeuropei a casa nostra, allora.
Lui: Ehm. Sì. Ma era tanto tempo fa. E comunque anche alla bomba atomica lavoravano tanti immigrati...
Lei: La fuga dei cervelli.
Lui: Bra.

Entra un altro omaccione, persino più muscoloso di Rufus ma anche più tarchiato e tracagnotto; indossa anche lui una succinta tenuta ginnica. Saluta un cameriere, si avvicina a Rufus e gli dà un bacino in fronte prima di sedersi accanto a lui.

I due turisti seguono la scena con gli occhi e sorridono.

Lui: Carini...
Lei: Sì... sono teneri!
Lui: Ma poi li hai visti?
Lei (indossando una giacca a vento): Sì, sì... sembrano proprio usciti da un film! Questa è proprio la terra dei cliché!
Lui: Infatti... sai a chi sono tali e quali?
Lei: A chi?
Lui: Ai Village P...

Si blocca a metà frase e rimane a bocca aperta e con gli occhi sgranati. Volge lo sguardo spiritato a destra e a sinistra, come a guardarsi intorno, poi guarda fuori la finestra, salta in piedi, urla "aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!" e esce di corsa dal locale, sotto lo sguardo attonito di tutti.

Lei non si scompone. Rimane seduta per qualche secondo. Tira un sospiro. Si alza, raccoglie le sue cose e all'improvviso scatta fuori dal locale. Poco dopo si odono un fischio, uno stridio di pneumatici e la frase "SEGUA QUELLA MACCHINA!".

La foto di "Rufus" è di dram. Alcuni diritti riservati.

giovedì 4 gennaio 2007

Di cosa si parla?

Ho appena scoperto un fatto incredibile!!

Come continua secondo voi questa celebre formazione?

Pagani
Premoli
...

La risposta tra qualche giorno.

giovedì 23 novembre 2006

Musica, musica

Voi che passate giornate intere ad ascoltare la radio e che non ne potete più di Tiziano Ferro e compagnia cantante (appunto), non preoccupatevi, vi salvo io: ecco tre alternative per i vostri pomeriggi di finto lavoro.

La prima è una radio francese che ho scoperto l'ultima volta che sono stato a Parigi e che suona musica jazz e blues sia "classica" che moderna, ventiquattr'ore su ventiquattro. Si chiama TSF 89.9 e potete ascoltarla sul web in streaming... basta cliccare su "écouter l'antenne".

Il secondo sito che voglio farvi conoscere invece è last.fm. L'idea è installare un programma (scaricabile dal sito - GPL, tra l'altro...) che permetta al vostro riproduttore musicale (Winamp, Windows Media Player o che so io) di inviare a last.fm informazioni sulla musica che ascoltate. Pian piano last.fm viene quindi a costruire il vostro profilo musicale personale e vi dà accesso ad una web-radio personale, che è basata sui propri gusti e che dovrebbe aiutare, tra l'altro, a scoprire musica nuova. Certo, se non avete le orecchie schizzinose (come me) e ascoltate qualunque cosa, allora questo sito non vi interesserà poi tanto; ma fatemi sapere se vi fate un account.

Di concezione simile è Pandora, che forse qualcuno già conosce. La cosa interessante di Pandora è che è basato sul Music Genome Project, un progetto che ha come scopo un'analisi "scientifica" della musica leggera e la classificazione delle canzoni sulla base degli elementi musicali presenti in esse. La musica suonata da Pandora quindi è scelta in base a criteri oggettivi come l'armonia della canzone, l'arrangiamento, la voce, il ritmo, eccetera.

Fatemi sapere che ne pensate... e buon ascolto :-)

lunedì 4 settembre 2006

Impressioni di settembre

Quante gocce di rugiada intorno a me,
Cerco il sole ma non c'è...
Dorme ancora la campagna, forse no,
È sveglia, mi guarda, non so.
Già l'odore della terra, odor di grano,
Sale adagio verso me
E la vita nel mio petto batte piano,
Respiro la nebbia, penso a te.
Quanto verde tutto intorno e ancor più in là,
Sembra quasi un mare l'erba
E leggero il mio pensiero vola là,
Ho quasi paura che si perda...
[...]

mercoledì 19 luglio 2006

Filastrocche e canzuncelle

La bella lavanderina
che lava i fazzoletti
neri poveretti
della città...

Vi ricordate di questa canzone per bambini? Io avevo il quarantacinque giri e lo ascoltavo nel mio fantastico mangiadischi arancione (il quale meriterebbe un post a sé stante). Quello su cui riflettevo è: i fazzoletti neri?!? Ma questa gente, cosa scatarra? E perché non se lo lavano loro, il fazzoletto? O quale ingiustizia nei confronti della povera lavanderina... lavanderina immigrata, probabilmente, perché gli italiani, si sa, i lavori sporchi non li vogliono fare più.

giovedì 29 giugno 2006

Il radicale di ieri

A cosa serve imparare le lingue, quando la Rete ti offre traduttori automatici del calibro di Babelfish o di Google Translate? Non solo questi strumenti sono in grado di sostituire completamente il noioso e antiquato lavoro, tradizionale roccaforte di occhialuti consultatori di dizionari, ma svelano anche significati e simbologie nascoste ai più, anche in testi ben noti.

Prendiamo per esempio quel classico della musica leggera che è Yesterday (Lennon-McCartney). Ecco qui di seguito le parole della canzone, la traduzione di Google e l'analisi del significato profondo celato dietro le nostalgiche parole della ballata e messo in luce da Google.

Yesterday, all my troubles seemed so far away. Now it looks as though they're here to stay.Ieri, tutte le mie difficoltà hanno sembrato così faraway. Ora osserva come se siano qui rimanere.

Notare il tono confidenziale adottato da McCartney, che si rivolge direttamente all'ascoltatore e gli raccomanda di guardarsi bene intorno facendo finta che le difficoltà siano qui rimanere, benché soltanto ieri esse avessero sembrato così faraway (citazione di Troisi in Non ci resta che piangere).

Oh, I believe in yesterday.L'OH, credo ieri dentro.

Ecco cosa preoccupa McCartney: il radicale ossidrile che apparentemente aveva ingerito il giorno prima.

Suddenly, I'm not half the man I used to be, there's a shadow hanging over me.Improvvisamente, non sono metà dell'uomo che ho usato essere, ci è un'ombra che appende sopra me.

Il radicale OH lo divora dall'interno, gli procura una diarrea fulminante che lo lascia deperito e debole. Inquietante l'immagine dell'ombra che appende Paul McCartney come se fosse calzino da asciugare.

Oh, yesterday came suddenly.L'OH, ieri è venuto improvvisamente.

Non se l'aspettava, e l'ossidrile ha colpito.

Why she had to go I don't know, she wouldn't say.Perchè ha dovuto andare io non sapere, non direbbe.

L'intossicazione si aggrava, McCartney perde la capacità di coniugare i verbi e comincia a parlare come gli Indiani d'America dei fumetti di Tex Willer.

I said something wrong, now I long for yesterday.Ho detto male qualcosa, ora I lungamente per ieri.

Fortunatamente, se ne rende subito conto (ho detto male qualcosa) e cerca di rimediare. Che la I stia per "iodio", da usare come antidoto all'ossidrile? O forse è la I di ieri?

Yesterday, love was such an easy game to play. Now I need a place to hide away.Ieri, l'amore era così gioco facile da giocare. Ora ho bisogno di un posto di nascondermi via.

Umiliato dalle ripetute scariche intestinali, McCartney si arrende alla dura evidenza di aver perso l'amore della sua donna...

Oh, I believe in yesterday.L'OH, credo ieri dentro.

...e conclude la canzone maledicendone il responsabile.

Mm mm mm mm mm mm mmMillimetro millimetro millimetro millimetro millimetro millimetro millimetro

Qui ci sono due interpretazioni: o vi buttate sullo psichedelico (ma pesante, roba da farvi considerare le canzoni di Syd Barrett sillogismi aristotelici), oppure lo leggete come un inno alle unità non-SI, alle quali McCartney (da bravo inglese) è molto affezionato.

Pare, tra l'altro, che se si fa suonare al contrario la versione tradotta (quella SEGRETA!) si possa distinguere chiaramente Ringo Starr che si soffia il naso.