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lunedì 2 novembre 2009

La cacca calpestata

Il signor Palomar ha pestato una cacca di cane. È in una strada della sua città ed è piuttosto irritato, non perché non gli sia già capitata la stessa cosa, ma soprattutto perché proprio quel mattino ha indossato le scarpe di tela con la suola di gomma tutta fitta di scanalature a spina di pesce. Benché il signor Palomar solitamente non indulga in comportamenti violenti e si consideri un tipo tollerante e rispettoso degli animali (non lo si potrebbe definire un amante degli animali: per amare gli animali è necessaria prima una certa misura di odio per gli uomini, e il signor Palomar non se la sentirebbe davvero di condannarli tutti senza averli prima conosciuti ed ascoltato le loro ragioni), in questo momento si guarda dintorno rabbioso come se cercasse il responsabile del suo incidente per consumare una vendetta immediata. Al signor Palomar viene in mente che questi maledetti cagnacci scagazzatori astenosfinterici andrebbero esiliati tutti su un'isola deserta a un centinaio di miglia dalla terraferma dove sianerebbero liberi di divorarsi a vicenda e di seppellirsi nei propri escrementi senza attentare alla pulizia delle suole dei cittadini.

Lo scatto di rabbia tuttavia non dura più di qualche attimo e il signor Palomar ritrova la calma. Non può certo incolpare un animale di aver espletato una delle sue funzioni organiche. Certo, il cane insozza la proprietà pubblica; ma come si potrebbe rimproverarglielo, se non gli si riconosce prima il diritto di partecipare alla sua gestione? Il signor Palomar intuisce che la cosa "pubblica" proprio pubblica non è. Molti dei numerosi abitanti della città sono esclusi dalla sua gestione e dunque esentati dal rispetto dovutole: cani, gatti, piccioni, ratti e insetti vari, per cominciare. Giuridicamente equiparabili ai bambini, i cani non rispondono dei propri atti davanti al consorzio civile: dovrebbero essere i loro padroni a farlo per loro. Il signor Palomar davvero non sopporta le persone incivili. Maledetti imbrattatori dell'arredo urbano, pensa con rinnovato furore, incapaci di sorvegliare la copropoiesi dei propri animali da compagnia o, peggio, avallatori negligenti di comportamenti antisociali. Hai permesso al cane di fare la cacca per strada? Hai ritenuto superfluo insegnargli dove può fare cacca e dove no? Oh, bisognerebbe esiliarli tutti su uno scoglio disabitato con i loro cani. Ti faccio vedere allora come farebbero attenzione a non tappezzarne di feci l'intera superficie.

Proprio quando il signor Palomar è all'apice della sua collera, d'improvviso rimane folgorato da un pensiero. Se i cani sono socialmente equiparabili ai bambini — perché la persona responsabile della loro educazione risponde anche giuridicamente della loro condotta —, lo stesso vale per i padroni dei cani stessi, i quali, tempo fa, sono stati bambini. Il signor Palomar non può condannare la loro inciviltà senza accusare i loro genitori, veri responsabili della loro mala creanza. Ma i genitori a loro volta potranno fare appello allo stesso cavillo e scaricare la colpa sui nonni... il signor Palomar si lascia aspirare vertiginosamente dalle migliaia di generazioni della storia dell'umanità fino al signor Adamo Y-cromosomale, fino alla signora Eva Mitocondriale e fino al loro peccato originale.

Il signor Palomar è un po' infastidito dalla sua conclusione — la dimostrazione dell'esistenza di un peccato originale — e subito si industria per confutare la sua teoria. Il suo ragionamento deve contenere una fallacia; ecco, dev'essere semplicemente falso che genitori maleducati generano sistematicamente figli altrettanto maleducati. Ma certo! Palomar si batte la fronte per essersi lasciato tentare dal determinismo. Anche se i miei geni plasmano la mia materia, se l'ambiente in cui vivo modifica il mio fenotipo e se le mie nevrosi tramano contro la mia autodeterminazione, io resto libero di comportarmi diversamente da mia madre e mio padre. Il signor Palomar sorride all'idea di essere stato costretto a introdurre il libero arbitrio non già per spiegare l'esistenza del peccato originale, ma anzi per dimostrare che si tratta di una historically unnecessary hypothesis.

Ma ahimè, il suo sorriso dura ben poco. Se Adamo ed Eva erano liberi, così erano i loro figli, così i loro nipoti — il signor Palomar ridiscende a precipizio le quattromila generazioni che li separano dal padrone del cane e non può più impedirsi di riconoscergli la libertà di scegliere se lasciare la cacca sul marciapiede o chinarsi a raccoglierla. Ma se quell'uomo godeva di libero arbitrio, forse che il suo cane era da meno? Il signor P. cammina trasognato, assorbito dalla riscoperta della dialettica tra libertà e responsabilità, e non si accorge della nuova cacca che sta per calpestare con l'altro piede.

sabato 25 luglio 2009

Fugerit invida aestas

Arles, ventisei giugno

Caro Teo,

Il portalettere mi ha lasciato stamane la tua ultima affettuosa missiva. Che buon uomo, monsieur Roulin; sarà passato sul presto come sua abitudine, mi avrà visto lungo disteso sul canapè del portico e avrà indovinato dalla regolare profondità dei miei respiri che navigavo ancora nel primo sonno. Immagino (e quasi lo vedo!) il suo barbone bonario e il sorriso dei suoi favoriti sempre in ordine, il fruscio delicato delle carte deposte sul tavolino di vimini e il velocipede di servizio che si allontana crepitando sullo sterrato.

Caro Teo, la coperta rossa che mi hai inviato mi racconta quanto sei preoccupato per la mia condizione. So che disapprovi la mia condotta insalubre e queste nottate all'addiaccio, ma lo zefiro provenzale è dolce e profumato e la mia cagionevole salute non corre seri rischi; la novella estate mi schiude le palpebre quando il sole è già alto e mi rivela la campagna che freme come un unico alveare, il profumo della lavanda e il riverbero abbacinante del cielo di Provenza sulle mura gialle della casa.

Ti ringrazio di cuore di tutte le pene che ti dai per me. Ero già al corrente del concorso all'accademia di polizia (me ne aveva parlato Arturo), ma non so se parteciperò. Teo, sto morendo. L'ho scoperto sei mesi fa. Me l'ha confermato anche il dottor Gachet, anche se cercava di sdrammatizzare e di convincermi che in fondo potrei essere messo peggio. Ma so per certo che mi restano meno di ottant'anni di vita.

Vedi, Teo, quando ero fanciullo non percepivo i limiti della mia esistenza. Avevo troppo poco passato per immaginare che il futuro esistesse, e il presente si dilatava fino a diventare un unico infinito pomeriggio. Ma esistono due tempi, amato fratello. Uno, chiamiamolo "tempo reale", è il tempo dei pendoli, del moto dei pianeti, della cottura del pane, dei fenomeni fisici, oggettivi, osservabili e riproducibili; l'altro, chiamiamolo "tempo apparente", misura la durata percepita da un essere senziente. La durata apparente di un certo fenomeno dipende naturalmente dallo stato psicofisico in cui il soggetto si trova durante il fenomeno; ma al di là di queste fluttuazioni locali possiamo immaginare un'evoluzione globale della percezione temporale con l'età dell'individuo (ovvero con il tempo reale). Sia t il tempo reale e τ il tempo apparente; a un dato istante t della mia vita, poniamo che la durata apparente di un fenomeno campione sia λ(t) volte la sua durata reale:

dτ = λ(t) dt

Nel mio caso, credo che l'andamento di λ(t) sia pressappoco il seguente:

Ora supponi per semplicità che, per un certo intervallo di t (ad esempio t > 30 anni), λ(t) sia semplicemente inversamente proporzionale a t:

λ(t) ∝ t-1

Ne segue che

τ = ∫λ(t)dt ∼ ln t

e dunque

t ∼ eτ

Ecco la misura oggettiva della fugacità del tempo. Ecco il regolo della caducità del mio essere frale. Credevo che il mio tempo apparente τ scorresse lineare, sempre uguale a sé stesso, e che in fondo rappresentasse una buona approssimazione del tempo reale t. Ma mentre la tartaruga τ muove un passo, Achille t ne fa tre; e mentre la tartaruga ne avanza un altro, Achille ne ha allungati altri sei. Forse la morte è soltanto questo, l'infinito rallentamento della percezione. Forse λ(t) raggiunge lo zero in un tempo finito; il mio cronometro apparente si blocca mentre il mondo intorno continua a ticchettare. Forse sono immortale ed è solo l'accelerazione apparente della mia percezione che mi illude di morire. Lo stesso metronomo della mia vita,

λ(t)-1 ∝ t

accelera minaccioso secondo la percezione che ne ho:

λ(τ)-1 ∝ eτ

Ecco perché veglio ogni notte e freneticamente respingo la stanchezza. Non ho letto Proust. Non conosco il greco antico. Non so come si fabbrica la carta. Non conosco la storia del mio Paese. Non conosco il nome della capitale dello Yemen. Non parlo portoghese. Non so come si vesta la gente del Botswana. Non so cucinare la bagnacauda. Non so suonare uno strumento musicale. Non ho mai ascoltato Brahms. Non so da dove viene la massa del protone. Non so leggere l'alfabeto cirillico. E quante sono le cose che non so nemmeno di ignorare? Non ho tempo. Sfilo un altro libro vergine dalla pila alla mia sinistra. Prima che riuscirò a immaginare il domani, questo meriggio fu già passato in fretta.

Il tuo affezionato fratello,                     

Vincenzo Tenebra                            

domenica 5 aprile 2009

Tutto inVaneau

A quell'ora Alésia si era già messa all'Opéra. La gente non veniva certo nel quartiere per prendere una boccata di Bel-Air, fare un Picpus o quattro Passy; si era in Rue de la Pompe, in pieno quartiere a Laumière rosse, dove La Sorbonne (così era nota tra i clienti più affezionati) roteava la sua Bourse con innegabile perizia e metteva in mostra la sua seducente Gambetta.

— Ourcq!, esclamò un Simplon di passaggio che aveva notato Lecourbe di Alésia.
— Ciao, bel maschione, Bienvenüe, fece Alésia con la sua voce Argentine.
— Ehm.
— Ho una Bonne Nouvelle per te. Hai vinto un Ternes al lotto. Lo so che stai come una Iéna, lo vedo che ce l'hai già Duroc... e io sono una distributrice di Plaisance impazzita.

Rivoli di sudore scendevano lungo la fronte del Simplon.

— Oh, Madeleine, fu tutto ciò che riuscì a dire.
— Dai, bello, non essere freddo come un Glacière... ci prendiamo una stanzetta all'Hôtel de Ville con letto Dupleix, una Boissière per rilassarci, ti regalo una Bastille azzurra e ti faccio partire come il Concorde.
— Veramente io...
— Non sarai un Pasteur calvinista? Non essere così Sèvres...
— Bercy Goncourt per l'offerta, signorina, sono Ségur che lei sarebbe una compagna Exelmans, Bérault...
— Ho capito, sei un Vavin!
— Ma no, ma no!
— E allora sei un Créteil! Scompari dalla mia vista prima che ti faccio rotolare Père tutta Lachaise!

mercoledì 28 gennaio 2009

Preso in castagna

Eleganti piramidi di mele renette, maestose sventagliate di carciofi, cespuglietti odorosi di prezzemolo e aneto, parate di lucide melanzane, bouquet di champignon, batterie di pere, cascate di spinaci, cataste di carote, e poi pomodori passati a specchio, patate ben lavate, mandarini, peperoni, zucche, zucchine, ravanelli, rape, finocchi, lattuga e qualche avocado; gli affreschi ortofrutticoli delle bancarelle dei mercati parigini si contendono avidamente l'interesse dell'ozioso passeggiatore. Monsieur Bueren, in particolare, andava particolarmente fiero della sua opera. Ogni fine settimana si chiudeva in camera e progettava maestose cattedrali di banane, rotonde di verdure da zuppa, mosaici di agrumi o altri capolavori di architettura da bancarella; Pomme-tzamparc, lo chiamavano amabilmente i suoi colleghi.

Per quel lunedì Monsieur Bueren aveva preparato una riproduzione de "La Vergine delle rocce", il suo quadro preferito dai tempi in cui la mamma lo portava al Louvre nelle domeniche d'estate per approfittare della frescura degli antichi marmi. Il suo furgoncino era parcheggiato poco distante; il vero inverno non era ancora cominciato ma, nella brina di quella levata antelucana, Monsieur Bueren considerò quest'evidenza astronomica come una trascurabile capziosità, ripensò nostalgico alla canicola museale della sua infanzia e si strinse infreddolito nel paltò.

Nondimeno, egli sapeva che era la stagione ideale per rendere i colori d'autunno del quadro di Leonardo con la tinta screziata delle castagne; pregustando compiaciuto la meraviglia dei colleghi e lo sbalordimento dei clienti, il fruttivendolo mise in moto con qualche difficoltà il furgoncino addormentato, scivolò nel traffico diluito del primissimo mattino e diresse il veicolo alla volta dei mercati generali.

Al furgoncino piaceva molto fare il carico di cocomeri (d'estate) e di castagne (d'inverno); impaziente come un bambino la notte di Natale, aveva vissuto tutta l'attesa in uno stato di irrequietezza: ora ribaltava un sedile, ora batticchiava nervosamente il parasole, ora si mordeva i dischi dei freni. Si addormentò spossato più tardi del solito e non si accorse del figuro che si introdusse clandestinamente nel vano merci. Il mattino dopo, parcheggiato sulla corsia d'emergenza di un boulevard périphérique ancora deserto, il furgoncino realizzò con disappunto che il carico di castagne era rimandato a data imprecisata quando vide l'intruso uccidere a sangue freddo Monsieur Bueren alla luce lampeggiante delle quattro frecce.

Questa gibella è stata pubblicata anche su La mandria pazza (cos'è?).

lunedì 29 dicembre 2008

Solo

Fu negli anni della prima maturità che il tenente Tenebra si accorse per la prima volta delle diserzioni dei suoi colleghi. Dapprincipio non vedeva alcuna sistematicità nei casi che gli si presentavano e che la sua interpretazione del reale manteneva scorrelati e isolati. Si diceva che a tutti dovevano capitare delle esperienze del genere dopo alcuni anni di carriera; con tutti i giovani poliziotti che Tenebra conosceva e con i quali era cresciuto, era pur normale che tra di essi ci fosse qualcuno che aveva perso la vocazione o che scopriva tardivamente di non averla mai avuta: era una questione di statistica di Poisson, e Tenebra corroborava la sua tesi approfittando di dati ministeriali e delle reminiscenze di matematica di base dai tempi dell'accademia.

Ma le defezioni diventavano sempre più frequenti con gli avanzamenti di carriera: i capitani disertavano più dei tenenti, i tenenti più dei marescialli e i marescialli più dei sergenti. Ben presto l'anzianità di servizio di Tenebra gli rese impossibile continuare a ignorare l'evidenza delle cose. Quando anche uno dei suoi compagni di accademia, uno dei suoi amici più cari, voltò le spalle alla giustizia, il tenente ne fu toccato profondamente. Con amarezza ammise che le coincidenze esistono soltanto nella vita degli altri e improvvisamente si accorse che la differenza tra capire e conoscere lo costringeva a riconoscere la causa del ricorrere delle diserzioni.

Il contatto prolungato con il crimine ci corrompe, scriveva nelle sue memorie un Tenebra intriso di echi nietzscheani, più a lungo combattiamo il male, più siamo costretti a metterci in gioco. Impariamo a conoscere il nostro nemico, gli diamo un volto e una voce, riconosciamo il suono dei passi, le movenze abituali, i difetti e gli errori. Alcuni si illudono di poter commettere il crimine perfetto, di aver imparato tutto dai propri avversari e si lasciano trascinare dalla velleità dell'emulazione; ma non si tratta che di pochi casi isolati. La maggior parte dei disertori sono persone integerrime. La lotta al male li assorbe completamente e li circonda di malviventi, assassini e canaglie di ogni specie. Il crimine diventa parte della loro vita. Ho notato che per molti la caduta non ha un vero e proprio inizio ma evolve in maniera continua, dai favori fatti agli informatori alle indulgenze promesse ai pesci piccoli; e dall'indulgenza si scivola inconsapevolmente nella complicità. Dal momento in cui il crimine assume la forma umana del nostro compagno, come possiamo continuare a combatterlo? Un principio non vale un'amicizia.

Qual è il vero tradimento? Quello verso i princìpi o quello verso le persone che amiamo?

Questa è una domanda alla quale credevo di saper rispondere, ma ora inizio a dubitarne. Ho paura di continuare la mia guerra, ho paura di perderci me stesso; eppure devo scegliere. La domanda mi si pone oggi con una perentorietà senza precedenti, direi quasi con violenza; ma qualunque cosa scelga, ne soffrirò. Forse potrei cedere di un'unghia per avvicinarmi ai miei colleghi, cercare di capirli meglio, e forse finirei anche per trarne beneficio nella mia lotta contro il crimine; ma lo vivrei come un tradimento verso la Giustizia. E non ho forse già ceduto innumerevoli volte?

No. Non posso permettermi altre debolezze. Non so se sarò in grado di resistere per sempre, ma un abbandono è tanto più colpevole quanto più tardi esso avviene, perché siamo sempre di meno a condividere la responsabilità della lotta al male ogni giorno che passa. La guerra deve continuare, e io devo continuare a combattere. Combatterò.

Solo.

mercoledì 5 novembre 2008

Random walk / 3

"Se solo avessi avuto con me un condensatore elettrolitico", pensò Bemolle con irritazione mentre abbandonava sconfitto le pendici del monte e, con esse, la speranza dell'altezza. Assorbito da simili considerazioni e ricacciato nel fosco boschetto, dove ombre insostanziali di rami e foglie che stormivano al vento emergevano dalla quiete della notte e riempivano la sua visione periferica di immagini di rami e foglie che stormivano al vento, Bemolle non si accorse di un'insolita sequenza di gibigiane; e tà! si ritrovò a fianco un tizio dall'aria decisamente equivoca.

— E lei chi è?
— Ma guardi, sono uno... sono del Nord ma ho girato parecchio, ho vissuto un po' qui e un po' lì, ho fatto un po' questo e un po' quello...
— È un indovinello?
— Sì. Cioè, no. Magari dopo.
— E perché si è cinto il capo di una fronda di basilico?
— Mi piace l'odore.
— Davvero?
— No.
— Ah.
— No, perché poi quando viene il cane ti faccio vedere, eh.
— Quale cane?
— Non saprei.
— Forse il lupo.
— Antipatico, eh?
— Molto.
— Sarebbe bello salire sul colle...
— Eh.
— ...e rotolare giù.
— Alla faccia del lupo.
— Esatto.
— Esatto.
— Ma c'è il lupo.
— Già.
— Però...
— Però?
— Si può fare il giro.
— Che giro?
— Cioè, invece di salire per il sentiero, scendiamo sotto terra, usciamo dall'altra parte del pianeta, scaliamo una montagna e ci siamo.
— Come ho fatto a non pensarci!
— Andiamo?
— Andiamo.

Il tipo si mosse, e Bemolle gli tenne dietro.

martedì 4 novembre 2008

Random walk / 2

Il proclivio del colle era davvero invitante, non foss'altro che per il fatto di essere un proclivio. Bemolle collocò mentalmente la bella parola accanto a vasellame e periplo, tra le altre, e si concesse alcuni minuti di godereccia contemplazione della sua collezione; infine si diresse rinfrancato verso il sentiero che conduceva su per la collina. Lo aveva colto l'idea che, se fosse riuscito ad arrampicarsi fino in cima, da lassù avrebbe potuto scendere rotolando sull'erba.

Ahilui, la sua aspirazione fu presto frustrata dalla comparsa subitanea di un agile giaguaro che sbucò da un cespuglio di ossicocchi. Bemolle ruppe il passo e cercò di soppesare le intenzioni della fiera che gli si parava innanzi... minacciosamente, dirà il lettore. Ebbene, il giaguaro aveva piuttosto l'aria annoiata di chi ha passato tutto il pomeriggio sotto il sole a risolvere sudoku. A Bemolle comunque non parve giusto impicciarsi dei passatempi del giaguaro and tried to sidestep her nonchalantly; ma il giaguaro replicava i suoi movimenti passo per passo e gli impediva di proseguire il cammino.

"Drat", si disse Bemolle mettendosi un dito nell'orecchio. Il giaguaro lo imitò. Bemolle provò a offrirgli mentine per l'alito dolci, medie, forti e molto forti; gli recitò a memoria la quarta ecloga di Virgilio; tentò di convincerlo a salire con lui; cercò di affabularlo promettendogli imprecisati favori grazie a conoscenze influenti; gli mostrò le foto di quando da piccolo si rotolava nel fango; ma il giaguaro, a parte qualche grugnito di approvazione per le foto, rimase irremovibile dal suo proposito. Anzi si portò una zampa al muso e fischiò; le fronde dell'ossicocco si mossero e ne apparve un grosso leone dall'aria vagamente annoiata.

— Ho messo un sei, disse al giaguaro; ma questi fit semblant con albagia di non aver sentito e gli indicò invece le foto di Bemolle. Il leone drizzò le orecchie incuriosito. Le pose del buon Bemolle suscitavano un innegabile interesse presso i due quadrupedi e probabilmente rappresentavano un piacevole diversivo in un pomeriggio (o forse un'intera esistenza) di giochi enigmistici, allegorie e simbolismi; e poiché gli accadimenti insoliti non hanno bisogno di essere trasmessi a mezzo carta stampata, fu soltanto di lì a poco ai due felini si aggiunse un lupo dall'andatura ciondolante e visibilmente annoiata.

Alla vista del canide il leone immediatamente si irrigidì. Il lupo lo guardò di traverso, gli assestò uno scappellotto e gli intimò aggressivamente di tagliarsi i capelli. Il leone non nascose la sua vessazione e si allontanò con la proverbiale coda tra le gambe, seguito a poche zampate di distanza dal giaguaro; Bemolle (con gran delicatezza) aveva distolto lo sguardo dall'umiliazione del leone e aveva finito per trovarsi faccia a muso con quel prepotente del lupo dallo sguardo severo.

Ma le foto erano davvero irresistibili. Il lupo le osservò dapprima di sottecchi, con la coda dell'occhio. Bemolle gli fece notare che le chimere possono anche osservare con l'occhio della coda e il lupo parve positivamente impressionato; per cui questi si diede a sfogliare le foto con crescente attenzione, chiese lumi su qualche particolare e eventually annuì soddisfatto e concesse persino una pacca sulla spalla al nostro amico quadrioculato.

— Posso salire, allora?
Il lupo parve preso alla sprovvista.
— Ehmmmmm, disse mentre ponderava. Poi scosse il capo.

lunedì 3 novembre 2008

Random walk / 1

Bemolle s'era perso. Lo sguardo che saetta a 4π, il dito indice apposto al labbro inferiore e l'emissione continuata del suono "öööö" sono solo alcuni dei tratti comportamentali che permettono la sicura identificazione di colui che ha smarrito la via. Inoltre non è che ci fosse granché da fare in quel bosco, a parte perdersi, of course; Bemolle, in mancanza d'altro, vi si era dedicato con grande zelo, perché non era certo il tipo che faceva le cose a metà o tanto per fare: e così, oltre ad essersi inoltrato ben bene, aveva anche dimenticato come era finito in quel postaccio buio, umido e vagamente reminiscente del sifone del lavello.

Neanche la sua vasta conoscenza in materia di astronomia gli permetteva di orientarsi: il cielo era quasi completamente coperto e le poche stelline che ammiccavano ora qui, ora lì, potevano appartenere tanto al Baco da Seta quanto al Portamonete; e poi, a che vale sapere in che direzione si va se non si sa se è quella giusta? Tali erano le considerazioni che impegnavano il nostro eroe while he slowly, gloomily, unawarely and inexorably diffused away from wherever he was coming from.

Bemolle si era ormai allontanato di una distanza proporzionale alla radice quadrata del tempo trascorso nella selva quando, attraverso il fitto fogliame, intravide il contorno di una grossa mongolfiera.

— Äntligen, si disse — era ora che succedesse qualcosa in questa storia. Così, deciso a ravvivare la trama che languiva, rimpiazzò il suo incedere stocastico con una deterministica volontà di raggiungere il pallone aerostatico.

A circa un miglio di distanza Bemolle si accorse però che non si trattava di una mongolfiera, bensì di un enorme cranio di scimmia. Mezza versta dopo si corresse: era proprio una gigantografia della copertina di Led Zeppelin 1. A pochi furlong gli parve un cartello di divieto di transito per veicoli a braccia, poi una cuffia da doccia, poi una delle lune di Saturno, poi una Coppa del Nonno rovesciata, poi forse no, forse era davvero una mongolfiera. Solo quando la sua visuale fu sgombra da ogni impedimento, cioè quando la sua immaginazione fu sopraffatta dall'evidenza della percezione Bemolle si rese conto che si trattava di un colle illuminato dai raggi del sole alto nel cielo.

"Ma dove caspiterina era il sole mentre ero nel bosco?". Bemolle si volse a retro a rimirare la foresta ancora imbevuta d'oscurità notturna, guardò il colle in pieno sole, fece due rapidi calcoli mentali, trasse delle interessanti conclusioni sul diametro del pianeta e, perplesso, fece spallucce.

mercoledì 25 giugno 2008

Il dinosauro / 3

Il dinosauro era lì ad attenderlo all'uscita della metropolitana. Bemolle, il quale un po' se l'aspettava, lo ignorò e imboccò deciso il garbuglio di vicoli entro i quali egli aveva il suo domicilio legale. Il sole era tramontato ormai da un pezzo ma il Cucchiaio a Vapore non era sorto ancora; Bemolle navigò sicuro le viuzze basandosi sulla temperatura del porfido, una specialità nella quale lo uguagliavano in pochi. Il dinosauro si ostinava a camminargli accanto baldanzoso, e ad un quadrivio o due Bemolle ebbe persino la caliginosa impressione che l'animale lo anticipasse nella scelta della direzione da seguire; ciò gli indusse fastidio, e anche un paio di starnuti.

La vista del suo iglù da campeggio gli fu grata come l'avvistamento della terra per un marinaio, o forse di un distributore di benzina per un automobilista in riserva. Bemolle non seppe decidersi sulla similitudine ma pragmaticamente aprì la chiusura lampo, si introdusse nell'angusta dimora e si volse a retro a fissare l'animale, occhi negli occhi, retine nelle retine, per diversi secondi. Il dinosauro batté le palpebre, e Bemolle lo prese come un segno di cedimento. Tirò su la chiusura lampo, indossò il pigiamino e si distese a riflettere sul significato di quella apparizione e sull'immediato astio che gli aveva causato. Certo, forse era soltanto un pregiudizio, ma come ignorare quel lancinante dolore al callo? Doveva trattarsi senz'altro di un segnale monitorio. O forse era l'unghia? Eppure gli era sembrata sana ed in piena forma quando l'aveva controllata per l'ultima volta, sul treno merci, prima di abbandonarsi alla deriva del sonno.

Fu in quel momento che Bemolle capì. I barili, il dinosauro, la metropolitana... tutto aveva avuto origine dacché si era appisolato in quel vagone, e tutto aveva la vividezza surreale di un sogno. Disteso sul suo materassino gonfiabile, egli colse il nonsense della sua avventura e intuì che soltanto assopendosi avrebbe potuto spezzare l'incantesimo, compensare il pisolino e annullare il sogno. Mentre chiudeva il cerchio, egli visualizzò semicoscientemente la circuitazione di una funzione analitica.

Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì.

martedì 24 giugno 2008

Il dinosauro / 2

Come tollerare una tale violenza contro l'armonia del cosmo? Indignato, Bemolle si diresse a grandi falcate verso la rottura spontanea di simmetria, deciso a rimettere in piedi il barile o, quantomeno, a procurarsi un'ernia nel tentativo di riuscirci. Quale non fu il suo sollievo, dunque, quando si accorse che la rottura di simmetria non era stata affatto spontanea! Un dinosauro arancione lo aveva sbadatamente abbattuto con un colpo di coda e ora fissava la gracilità di Bemolle con uno sguardo a metà tra l'incredulo e il perplesso, come se non avesse mai visto un essere simile, o come se tutti gli esseri simili che avesse visto fino a quel momento fossero stati esclusivamente dei gasteropodi.

Bemolle, dal canto suo, era ben grato al voluminoso quadrupede di aver reso superflua ogni ipotesi di rottura spontanea di simmetria per spiegare la natura di un ensemble di barili di colorante e, dunque, dell'universo; tuttavia, la sua riconoscenza, che sarebbe stata normalmente espressa attraverso salti, piroette e gighe, era repressa da un infausto presentimento di guai. Bemolle, gli occhiali volti al suolo, si limitò a biascicare un confuso "mmmmgraz" prendendo distrattamente a calci la polvere. Il dinosauro batté le palpebre.

— Lo sapevo che mi sbagliavo. Per fortuna, eh? Eh, eh. Figuriamoci. Rottura spontanea... eh, eh.

Il dinosauro batté di nuovo le palpebre.

— Ehm. Lei è un tipo silenzioso. Mi piacerebbe restare qui a fare conversazione da solo, ma devo proprio andare a pulirmi le orecchie.

Bemolle fece per andarsene, ma il dinosauro gli tenne dietro.

— Ah, prende anche lei la metropolitana? Mmm. Mi fa piacere. Facciamo un po' di strada insieme.

I due si diressero insieme verso la strada. Bemolle si voltava indietro ogni cinque passi per controllare se la bestia lo continuasse a seguire e le indicava le gru dello scalo merci a destra e a manca nella speranza segreta di distrarla e farle perdere le proprie tracce. Per una attimo sembrò quasi che un container rosso potesse servire allo scopo; ma il nostro anti-Orfeo non si era allontanato neanche di pochi metri che già la sua anti-Euridice aveva ripreso a trottargli accanto briosamente.

Fu in questa configurazione che i due si trovarono a imboccare il budello ctonio che conduceva al binario della metropolitana. Bemolle obliterò ossequioso, passò il tornello e si voltò a guardare il dinosauro con aria di sfida. Il rettile dapprima si guardò intorno incerto; poi acquistò un biglietto al distributore, obliterò e raggiunse il suo compagno senza dare mostra di alcun risentimento. "Outrageous", pensò Bemolle salendo sul treno. Il dinosauro lo seguì, urtò un vecchietto, si scusò e si accucciò. Non soltanto l'omino non sembrò affatto turbato dal fatto che un rettile estinto da sessantacinque milioni di anni si fosse scusato di averlo spintonato, ma il dinosauro si era persino seduto in modo da non intralciare il flusso dei viaggiatori che salivano e scendevano dal treno.

Nella pur breve durata del tragitto ipogeo, l'indignazione di Bemolle ebbe tutto il tempo di montare a livelli di interesse per studi clinici sulla cirrosi epatica. Il dinosauro aiutò una ragazza con una grossa valigia, studiò la mappa della metropolitana con aria di annoiato interesse e, nel complesso, assunse la normalissima aria del pendolare ventennale.

Irritato dalla dimestichezza dell'animale, Bemolle decise di scendere a Porta Pangolo e di aspettare il treno successivo. Il dinosauro si limitò a rivolgergli il secondo sguardo perplesso della giornata e non fece cenno di volerlo seguire. Bemolle, segretamente, esultò. Il treno seguente era più affollato, ma lo scambio sembrò equo al rasserenato Bemolle, che poté di nuovo dedicarsi all'attività che aveva lasciato in sospeso sul treno merci, cioè il conteggio delle biscrome nelle Variazioni Goldberg.

lunedì 23 giugno 2008

Il dinosauro / 1

Bemolle cominciava a pentirsi del fatto di essersi allacciato il mocassino quella mattina. Se non si fosse fermato, non avrebbe trovato il gabinetto occupato da quel bellimbusto odoroso di Oro Saiwa che, ahilui, aveva approfittato di pochi passi di vantaggio per frapporsi tra Bemolle e la soddisfazione di alcune sue impellenze. Se fosse acceduto alla ritirata quando sperava di farlo, sicuramente non avrebbe avuto necessità di solfeggiare melodie baritonali con il suo colon irritato; e se non avesse ceduto alle lusinghe della sua flautolenza, difficilmente le altre persone in fila lo avrebbero coscienziosamente percosso fino a costringerlo alla fuga (anche se non si può mai dire).

Se non avesse avuto bisogno di correre, probabilmente non si sarebbe slogato un'altra volta quel maledetto premolare, compromettendo la funzionalità della sua manducazione; e se non fosse andato alla ricerca di un pizzicagnolo per acquistare del semolino, se non avesse chiesto indicazioni a quel tombino, se non si fosse fidato del tombino, se non fosse salito su quel treno merci... Bemolle vedeva ora chiaramente il disegno soprannaturale che si celava dietro le avventure della mattinata; gli sembrava quasi di sentire il tocco impalpabile di una Mano trascendente che con calcolata maestria gli scioglieva il laccio del mocassino e metteva in moto l'inarrestabile carambola di eventi che lo avrebbe confinato per ore tra alcune centinaia di barili di colorante E124 "Rosso cocciniglia A".

Sequenze simili di occasioni mancate e ipotesi non soddisfatte possono avere luogo solo in sdolcinati drammi d'amore elisabettiani; una concatenazione tanto palese di cause ed effetti, rifletteva Bemolle, apparterrebbe più alla letteratura che alla realtà. Eppure, eccolo lì a lasciarsi cullare dai giunti di dilatazione dei binari, consapevolmente rassegnato (o abituato?) all'impossibilità di dare forma propria alla materia fluida della sua esistenza. Ecco, forse, a cosa pensava Bemolle, le gambe contro il petto, la testa tra le ginocchia, la fronte aggrottata in uno sforzo di concentrazione. Oppure, più verosimilmente, egli si contava le unghie dei piedi.

Nella penombra del vagone ferroviario, Bemolle sonnecchiava esausto dopo gli sforzi dell'intensa giornata e abbandonava le sue cervella all'immaginifica intercapedine tra sonno e veglia, dove gli attaccapanni si trasformano in acquedotti e le spalliere delle sedie in giaguari accucciati con una zampa alzata e un grosso telefono cellulare primi anni '90 tra le fauci. In questo mondo di metamorfosi può accadere di tutto; persino nulla.

Difatti, non accadde nulla. Quando Bemolle si risvegliò il treno era fermo, il portellone del vagone aperto, e dei muscolosi energumeni allineavano i barili di colorante in ordinati schieramenti a favo d'ape. Quale affascinante simmetria, si disse Bemolle avvicinandosi rapito, e fu tentato di lambiccarsi il cervello per intuire quale gruppo la descrivesse matematicamente; ma le sue pippe mentali furono interrotte da un improvviso clangore. Uno dei barili si era rovesciato, rompendo spontaneamente la simmetria esistente.

domenica 25 maggio 2008

Esercizio di stile

L'autobus della linea S, che collega regolarmente il Parc Monceau e la Porte de Champerret, era affollato come al solito. Mancavano pochi minuti a mezzogiorno e, nonostante la canicola estiva, la gente si pressava con ostinazione nel ventre del mezzo. Un giovane dal collo lungo e scarno si reggeva scomodamente alla porta d'uscita con una mano, mentre l'altra mano agitava l'aria satura con un curioso copricapo viola a tesa larga e cinto di un'insolita cordicella (anziché di un nastro, come si converrebbe).

Bemolle, da par suo, spingeva strenuamente con il braccio destro contro l'acciaio dell'autobus per evitare un'ulteriore, probabilmente fatale, compressione della sua gracile cassa toracica, mentre con la mano sinistra si concedeva di scaccolarsi con strafottenza. Al tempo stesso, in un virtuosistico esercizio di multitasking tipico della sua personalità poliedrica, si trastullava con un calcolo alla Fermi della quantità di sudore che traspirava dalle pelli dei viaggiatori per unità di tempo e di superficie. La sua fermata era ormai passata da un pezzo ma, come abbiamo visto, egli era per il momento dedito a faccende dagli esiti potenzialmente ben più esiziali di un trascurabile ritardo nello svolgimento dei suoi progetti immanenti.

Se dunque persino la concentrazione unwavering di uno stoico pensatore come Bemolle fu disturbata dagli strepiti gallinacei del giovane col cappello, si possono trarre immediate conclusioni sulla portata della causa di tale commozione. Difatti, di lì a poco apparve chiaro a tutti gli astanti che il ragazzo accusava un altro passeggero di pestargli i piedi apposta ogni volta che si apriva la porta di uscita e la gente si spintonava per emergere dal veicolo; e se ne lagnava in un registro insopportabilmente acuto della gamma di frequenze accessibile alla laringe umana.

« In sterquilino pullus gallinaceus dum quaerit escam, margaritam repperit », recitò Bemolle tra sé e sé; ma mal gliene incolse. Il posto a sedere accanto a lui si liberava appena e già il polliforme passeggero vi si gettava a corpo morto, senza concedere diritto di replica all'altro viaggiatore e soprattutto senza accorgersi dell'unremarkable presence di Bemolle; e di questo, in tutta onestà, non si sa se gliene si può fare una colpa. Bemolle fu raggiunto da una subitanea ginocchiata alla tempia e perse immediatamente i sensi, ma ciò non compromise la sua postura eretta fintanto che la densità di corpi all'interno dell'automezzo non scese al di sotto di una soglia critica che nessuno conosce con esattezza ma che gli esperti stimano essere compresa tra 3.3 e 3.9 persone/m².

Quando Bemolle si riebbe, l'autobus semivuoto transitava pigramente nei pressi della Gare St-Lazare. Bemolle prese mentalmente nota della pressione insistita esercitata dalla filettatura di una grossa vite sulle sue gengive e della spacevolezza della sensazione che ciò gli procurava, risolvendosi con decisione ad evitare il ripetersi della circostanza. A mano a mano che egli riprendeva possesso e controllo delle sue cagionevoli membra, la sua quota rispetto al pianale dell'autobus aumentava, e nel giro di poche decine di minuti, Bemolle ebbe finalmente la possibilità di sostituire al monotono abbacinamento del cielo parigino una più edificante visione della Cour de Rome; e fu lì che egli riconobbe il ragazzo dal cappello bizzarro, a passeggio con un amico che gli elargiva saccenti consigli sul posizionamento dei bottoni della di lui mantella.

Questa gibella è stata pubblicata anche su La mandria pazza (cos'è?).

domenica 20 aprile 2008

Il segreto del successo di Discovery Channel

Qualche settimana fa per poco non finivo sotto un tram. Ma non è questa la cosa più importante. Avevo appena accompagnato degli amichetti a prendere un treno e mi dirigevo a passi pensosi verso la fermata quando la mia attenzione è stata catturata da una congrega di piccioni pulciosi e puzzoni. (Li odio un po'.) Erano lì, svariate decine in gruppo nel mezzo alla piazza, e si dedicavano al loro passatempo preferito: essere insopportabili.

Siffatte visioni non sogliono essere sufficientemente ammaliatrici per aggiudicarsi incontrastabilmente la considerazione degli astanti. Scusate, metto via il thesaurus. Dicevo, spettacoli del genere di solito non catturano la mia attenzione; quella volta, però, ho notato un inusuale agitazione tra i volatili a margine dello stormo (si chiamerà così anche quando non è in volo?). Una femmina (come ho fatto a capirlo? Continuate a leggere) si allontanava dal gruppo, chiaramente stizzita dalle insistenti attenzioni riservatele da un bell'esemplare maschio. (Almeno credo che fosse un bell'esemplare. Non me ne intendo troppo di piccioni.) La dialettica dei due pennuti mi ha affascinato e mi ha rapito al punto che ancora oggi sono in grado di narrare la dinamica dell'intero rendez-vous.

Lui: Rrrrù. Rrrrù.
Lei lo ignora.
Lui (gonfia le piume): Rrrrù. Guardami. Sono bello.
Lei lo ignora e gira i tacchi.
Lui: Rrrrùùù. (gira in tondo da solo)
Lei si allontana.
Lui: Rrrrù. (si accorge di essere solo) Rrrrù. (insegue la pollastra)
Lei fa sempre finta di niente.
Lui la becca sul sedere.
Lei (svolazzando): Ehi!
Lui: Rrrrù. Guardami. Guardami. Sono bello. Sono bellissimo. (ricomincia a girare su se stesso da solo)
Lei attraversa con nonchalance le rotaie del tram.
Lui si accorge di nuovo di essere rimasto solo e le va dietro.

Sopraggiunge un tram.

Lei (alzandosi in volo): Uff. Speriamo che questo tizio si leva da cuollo.
Lui la segue. Volontà d'acciaio.
Lei si posa con grazia su una sottilissima trave della struttura di un ponte.
Lui (si posa accanto a lei e rimane un attimo interdetto): Uhm. Ho perso il filo. Che stavo facendo? Sono sicuro che era qualcosa di importante... (la vede) Ah! Già. Rrrrù. (le si avvicina)
Lei (allontanandosi): Uff.
Lui (cerca di girare sul posto da solo): Mannacc... Rrrrù. Cazz... Rrrrù.

Due colombe si posano alle spalle di Lei, che continua a indietreggiare.

Lui (incatastandola nelle colombe): Rrrrù.
Lei: Ma che palle! (vola via)
Lui rimane spaesato, forse ferito dal rifiuto, forse distrutto dal fallimento.

Un attimo dopo si lancia in picchiata all'inseguimento.

Morale: ecco il motivo per cui non vado mai in discoteca.

sabato 22 marzo 2008

mercoledì 27 febbraio 2008

La seconda storia di Arturo Ambiguo e del Tenente Tenebra

Il luminoso pomeriggio d'aprile era ormai terminato quando il tenente Tenebra si risvegliò, seduto nello scompartimento del treno a vapore che sbuffando e ansimando, quasi cavallo al trotto, avanzava lungo i polverosi binari attraverso il deserto del New Mexico. Devo essermi assopito, pensò il tenente Tenebra mentre si rizzava a sedere e si riavviava il riporto arruffato, quasi macroscopico emblema della stanchezza e del lordume accumulati nel corso del lungo viaggio; mentre apriva il finestrino per prendere una boccata d'aria si accorse (e non senza sollievo) che il convoglio era ormai in vista della ridente cittadina di La Union. Raccattò i suoi effetti personali e sia avviò verso l'uscita; mentre scendeva si guardava intorno, e l'aria indaffarata dei cowboy e dei maniscalchi che affollavano la stazione gli ricordò, per contrappasso, la quiete del funerale della moglie di Arturo Ambiguo al quale aveva assistito ormai mesi addietro ma che continuava a tormentarlo senza requie a qualunque ora della notte e del giorno... o, forse, era soltanto il ricordo di quella donna e dello straordinario amplesso postumo che avevano consumato insieme. Requiescat in pacem in saecula saeculorum, si disse, mentre grazie alla consueta vista da nibbio già incedeva grave verso il saloon che aveva scorto dall'altro lato della piazza.

Com'è ovvio e naturale che succeda, l'arrivo di uno straniero non passa mai inosservato in un posto come il saloon di La Union, e così accadde anche alla faina in divisa; la sua fama lo aveva anzi preceduto, le sue qualità di investigatore gli avevano procurato una notevole celebrità anche oltreoceano e fu per questo che appena le porte del saloon si aprirono e la severa silhouette del tenente Tenebra si profilò contro il sole che tramontava sulle mesas del deserto subito gli astanti si alzarono dai tavoli che occupavano e attorniarono l'attonito detective.
— Capo, n'accendino, capo?
— Dateme 'a valigia, capo, date cca, nun ve preoccupate!
— Oh, lassate nu poco 'e spazio ô tenente, facitelo respirà!
— 'O cappiello, capo, pusate 'o cappiello!
— Taralli, taralli 'nzogna e pepe! Taralli!...
... e in men che non si dica il tenente Tenebra fu fatto sceriffo di La Union, e mentre lo issavano in trionfo finalmente il coyote col distintivo (com'era stato immediatamente ribattezzato) trovò la forza di urlare "Ad interim! Sono sceriffo soltanto ad interim!".

Allo sceriffo Tenebra, fresco di nomina, bastò pochissimo tempo per dare prova della sua sagacia. Il giorno dopo il suo arrivo egli passeggiava pensieroso, la mente sempre rivolta a chi sappiamo noi, quando ad un tratto fu ridestato a viva forza dalla sua trance dalle urla di terrore di un capannello di gente; Tenebra si fece largo a spintoni tra la folla... e all'improvviso, lì, al centro del gruppo, vide Arturo Ambiguo in ginocchio, con i capelli spettinati, gli occhi rossi ed un'espressione sconvolta dipinta sul viso. Eh, sì, come il lettore ricorderà erano i tempi in cui Arturo Ambiguo si dedicava allo spaccio e al traffico di calumet della pace tra i visi pallidi.

Il tenente Tenebra si congelò, quasi come se avesse visto un fantasma, e tutto ciò che riuscì a dire fu "Lupus in fabula!". Arturo Ambiguo lo vide e senza dire né a né ba si gettò ai suoi piedi in lacrime esclamando:
— Tenente Tenebra! Oh, tenente, che bello rivederla in questo momento così tragico!
— Sursum corda, mio buon Arturo! Cos'è successo, come mai sei così sconvolto?
— Eh, tene', indovinate...
Il tenente Tenebra ebbe un tuffo al cuore.
— No!
— Sì.
— Hic et nunc?
— Eh?
— Qui, adesso?
— Sissignore.
— N'ata vota?
— Sì, tene'... n'ata vota.
— Ja', Artù, stai pazzianno!
— No, tene', 'ncoppa all'anema 'e mammà.
— E me lo dici sic et simpliciter?
— E come ve lo dovevo dire, vi dovevo cantare una canzone?

L'atteggiamento strafottente di Arturo Ambiguo immediatamente insospettì il tenente Tenebra, il quale concluse la conversazione aggiungendo:
— Artù, queste sono cose da trattare cum grano salis. Ma comunque... de hoc satis. Rebus sic stantibus, il caso è mio, cos'altro dire.

E Arturo Ambiguo si rasserenò al suono delle ultime parole, pur non avendo capito una ceppa del resto della frase.

Quando si trovò di fronte al cadavere, il tenente, forse troppo intriso di reminiscenze classiche (come il lettore avrà ormai certamente capito da solo), non poté fare a meno di coprirsi gli occhi esclamando "Horribile visu!". Il cadavere della donna giaceva perfettamente composto e sembrava che dormisse ma, si sa, a volte fa più paura ciò che non vorremmo vedere piuttosto che ciò che vediamo o vedremmo se volessimo vedere davvero ciò che vediamo.

Riavutosi dallo shock, il tenente Tenebra procedette minuziosamente all'analisi delle prove. Il corpo della donna era ancora bellissimo e non recava nessun segno di lesione.

– Ah, si disse Tenebra, se solo potessi ripristinare lo status quo... vivere con questa donna è la condicio sine qua non per la mia felicità!
Per quanto esaminasse il corpo della vittima e si guardasse intorno, non riusciva a trovare alcun indizio significativo, quando fu interrotto da Arturo Ambiguo che recava seco un vassoio con una caffettiera ed alcune tazze.
— Un caffè, tene'?
— Timeo Danaos et dona ferentes, rispose il tenente.
Arturo Ambiguo non aveva capito una ceppa come al solito, ma il concetto era passato ugualmente e quindi si ritirò con mestizia. Fu in quel momento che il tenente Tenebra notò un particolare che fino ad allora gli era sfuggito: sulla schiena di Arturo Ambiguo era attaccato un cartello con su scritto "Fesso chi legge".
— Fermo dove sei!, urlò il tenente. — Sei in arresto per l'omicidio di tua moglie!

Cosa ha fatto insospettire il tenente Tenebra?


La risposta è tra le interlocuzioni.

lunedì 18 febbraio 2008

La prima storia di Arturo Ambiguo e del tenente Tenebra

Vista l'inaspettata partecipazione di pubblico al gioco degli indovinelli laterali (zero commenti) proseguo a discorrere amabilmente di questo argomento che evidentemente attanaglia i lettori e li inchioda ai monitor.

Su gentile concessione dell'autore Diego Scilla, ecco a voi il testo originale, finora inedito, de La prima storia di Arturo Ambiguo e del tenente Tenebra.


Forse non tutti sanno che Arturo Ambiguo, verso la metà degli anni 50, smerciava dadi da gioco truccati ad Altoona, in Pennsylvania.

Come tutti gli anni, ad ottobre, le strade di quella ridente cittadina erano ricoperte da un manto di foglie rosso-bruno, avvenimento che riporta alla memoria i nostalgici tempi dei biscotti della nonna.

Anche il tenente Tenebra, giunto da poco in visita allo zio emigrato, si lasciava travolgere dall'impetuoso fiume dei ricordi e quel giorno, affacciato alla finestra della sua stanza nel ranch, guardava malinconico il cammino degli indigeni mentre calpestavano il fogliame.

Ma lo zelo che caratterizza colui che in vita sua ne ha viste tante, non fece tardi a farsi sentire... per strada, le urla disperate di Arturo Ambiguo perforavano i timpani e laceravano il cuore del nostro eroe. Scese le scale, uscì dal recinto delle vacche (ma solo dopo aver salutato Bessy) e corse a fare il suo oneroso dovere.

"Mia moglie è morta! L'hanno uccisa! Dio mio, che tragedia!", urlava Arturo. Il tenente ebbe un déjà-vu, si avvicinò allo sconvolto connazionale e lo guardò con l'aria di chi la sa lunga. Insieme si recarono sul luogo del delitto... la scena era raccapricciante, il volto violaceo della donna era rivolto verso la porta e sembrava guardare negli occhi l'alfiere della giustizia; il corpo giaceva senza vita ai piedi di una poltrona... "Ah", pensò Tenebra, "la stessa poltrona dove mio nonno mi teneva sulle ginocchia quando mi fece assaggiare per la prima volta il brandy...". Ma questa è un'altra storia; i pensieri dell'imperturbabile tenente erano disturbati dalle urla di Arturo che fu mandato via a randellate quando il nostro fiero gendarme, che ancora accusava i segni della sbornia della sera precedente, chiese di rimanere solo col cadavere...

All'esterno della casa la folla si era radunata incuriosita e Arturo subito aveva organizzato una mano a dadi con i soliti bifolchi; quando dopo un'ora si aprì la porta fu subito silenzio: il tenente uscì col volto vinto dalla stanchezza, le sue stanche membra solcavano il patio con andamento altalenante; non indossava più l'impermeabile, tra l'altro la signora Maria non era neanche riuscita a togliere quella macchia di sugo, recava in mano un cric e una copia del testo che sto scrivendo... oggetti che chiaramente non significavano nulla agli occhi degli stolti spettatori così come a quelli del tenente.

Si avvicinò ad Arturo, lo fissò dritto negli occhi e gli disse: "Ma è possibile che io e te dobbiamo sempre fare questo? Vabbuò Artù, facciamo finta di niente. Per stavolta leviamo occasione... almeno mi sono divertito...".

La folla era sconvolta, Arturo cadde in ginocchio e pianse...

Come capì l'astuto tenente Tenebra che in realtà era stato il signor Ambiguo ad uccidere la moglie?


La risposta è tra le interlocuzioni.

venerdì 30 novembre 2007

Nichelino il Grassobbio

Ceva una Volterra, circa Verduno Bacoli fa, in un Poggiardo Trontano Trontano, un Giovinazzo di nome Nichelino che abitava in un Palazzago Borgiallo e Brosso con le Fenestrelle Crosa, le Balme in Mongardino e la Piscinas sul Vetto; tutto Sommatino, quindi, un Buonabitacolo.

Un Belvì di Zuglio che faceva tanto Calto, Nichelino se ne stava Cocconato sotto un Alberobello con i suoi Librizzi preferiti quando vide Grammichele che Ascea di Casazza. Grammichele era Carassai, ma era anche Bolgare, Malesco e Capalbio; non era un Cimone, in Somma, e Nichelino lo sapeva. Per evitare lo Scontrone con Grammichele, Nichelino Salò sul Tonco e cercò di Saltara sull'Alberobello, ma non era più Agira come un Gatteo (come quand'era Picciano) e mancò la Prezza.

— Per un Pelago... a momenti Cadeo!, fece tra sé e sé Nichelino, con il Cori che faceva Ton-Ton e il Fiano Cortino per la paura.
— Como hai detto, Grassobbio?, si intromise Grammichele.
— Stavo Carenno!
— Tzé... così si Ischia solo di rompersi Lomazzo! Garda me. Il Segrate è nella Corsione della Cavriglia.

E facendo Foggia di Granze Fortezza, il Supersano Grammichele si Isso tra i Cinquefrondi dell'Alberobello.

— Visco? È stato un Giovo! Sono o non sono Travo?, disse Grammichele tutto Fierozzo e Orgosolo.
— Hmpf. Sì. Bra.
— Ne, Bròzolo, andiamo a Pescara al Fiumicino? Magari Piglio un Samone.
— No, Rimasco qui. Tornolo ai miei Librizzi.
— Sei Strambino tu, eh!
— Ma lasciami in Paceco!
— Se non Vietri, ti Cureggio in Vocca.
— Uff. Sei proprio un Buronzo.
— Quindici? I Trepuzzi sono pronti.
­— Eh, Mammola mia! Io ci Andreis pure, però...
— Però?
— A mio Padru non fa Piacenza che vado al Fiumicello più di Quarto Volterra Almese.
— E se tu Baronissi?
— E se lui Cafasse?
— Trepuzzi?
— No, no, dai, mi fa un Pertusio così.
— Questa me Lesegno, Demonte d'un Bròzolo.

E su queste Parolise, Grammichele mollò uno Scoppito a Nichelino e se ne andò al Fiumicino solo Solonghello. Nichelino si Sciolze in lacrime, ma fu cosa di un Attimis. Torno sotto l'Alberobello, si Scorzè di quel Guardabosone di Grammichele e Visso per Semproniano Felino e Contursi.

domenica 26 novembre 2006

La mandria pazza

Sono davvero pochissimi quelli tra voi che sanno a cosa mi riferisco quando parlo di una mandria pazza e di un polverone carico di sudore e di energia... purtroppo. Ma adesso avete finalmente la possibilità di redimervi.

È nato infatti La mandria pazza, blog pseudo-quasi-letterario a cura del buon ing. Diego Scilla e del sottoscritto, destinato ad ospitare i nostri conati novellistici. È un piccolo esperimento, se volete: cercheremo di collaborare e di scrivere qualcosa insieme pur essendo separati da 1376 km.

Ho dunque spostato i quattro post narrativi scritti da me sul nuovo blog; essi rappresentano l'inizio di una nuova storia, alla quale cercheremo di lavorare con alacrità e perseveranza. Probabilmente, inoltre, pubblicheremo pian piano anche alcune delle nostre fatiche letterarie passate.

Infine, ogni volta che aggiungeremo una nuova puntata farò un post qui con il link e magari qualche commento... insomma, potete stare tranquilli, non vi perderete niente.

sabato 25 novembre 2006

Ancora tre giorni

Suiwo, il discepolo di Hakuin, era un bravo insegnante. Un'estate, durante un periodo di ritiro, ebbe la visita di un allievo che era venuto a lui da un'isola meridionale del Giappone.

Suiwo gli diede il problema: «Senti il suono di una sola mano».

L'allievo si fermò per tre anni da lui, ma non riusciva a superare questa prova. Una notte andò in lacrime da Suiwo. «Devo tornarmene confuso e svergognato nella mia isola,» disse «perché non riesco a risolvere questo problema».

«Aspetta un'altra settimana e medita incessantemente» gli consigliò Suiwo. Ma il discepolo non ricevette l'Illuminazione. «Prova ancora per una settimana» disse Suiwo. L'allievo obbedì, ma invano.

«Ancora un'altra settimana». Ma non servì a nulla. Disperato, lo studente pregò il maestro di lasciarlo libero, ma Suiwo gli chiese di meditare per altri cinque giorni. Anche questi trascorsero senza risultato. Allora il maestro disse: «Medita per altri tre giorni, poi, se non riesci ad ottenere l'Illuminazione, faresti meglio a ucciderti».

Il secondo giorno l'allievo fu Illuminato.

(da 101 storie Zen)